Innamorarsi di un sistema operativo, “Her”.

Cosa cercate in un film? Divertimento, sorpresa, gioia? Ho posto questa domanda prima di scrivere la recensione di “Her”, ultima fatica del regista Spike Jonze, perché questo film ti lascia una serie di sensazioni che non saranno accolte con piacere da tutti i spettatori.
Her parla della storia d’amore tra Joaquin Phoenix, introverso scrittore di lettere, e un sistema operativo intelligente di nome Samantha. Lo scenario è quello che vede un mondo tecnologicamente avanzato, prossimo o comunque vicino. Samantha sembra essere l’evoluzione del noto software Siri, ma dotata di intuito, coscienza e libero arbitrio.
In un presente cosi ricco di nuove realtà tecnologiche e di sempre più poveri contatti interpersonali, sembra non essere cosi lontana da noi la possibilità di creare delle relazioni con delle intelligenze artificiali. Le implicazioni della storia d’amore tra Theodore e Samantha sono paradossali, talvolta comiche, ma non cosi irreali. In questo rapporto molti troveranno parti di se stessi in relazione al modo in cui viviamo ogni giorno la tecnologia, che talvolta imprigiona. Il ritmo del film è in alcuni punti molto lento e metterà a dura prova gli spettatori tendenti alla “narcolessia da buio+poltrona”. Le ambientazioni sono favolose, i paesaggi di Los Angeles, l’appartamento della coppia di amici e l’ufficio in cui lavora il protagonista, catturano fortemente l’attenzione; cosi come i costumi, non mi è mai capitato di osservare cosi attentamente gli abiti di un film, oltre a quelli di Sex and City e di Il diavolo veste Prada. In conclusione meritato l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. Consiglio la visione di Her a tutti coloro che hanno voglia di sperimentare un assaggio di realtà artificiali, che in alcuni casi supererano in umanità i loro stessi creatori, naturalmente narcolessia permettendo!

 

 

By Claudia Felline

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