A.E. – Amelia Earhart

Parole come “precursore” e “pioniere” sono difettive di genere femminile oppure, se declinate, suonano male. Perciò, per definire Amelia Earhart è necessario ricorrere a una parafrasi e spiegare la sua forza e i suoi traguardi, in un mondo in cui il sogno di volare è stato sempre appannaggio – reale o mitologico – dell’uomo.

Nacque in un paese del Kansas nel 1897 e a dieci anni vide per la prima volta un aereo, ma non ne rimase particolarmente colpita: fu, invece, circa dieci anni dopo, che assistere a uno spettacolo acrobatico si rivelò decisivo per la sua carriera. La giovane Earhart dimostrò, sin dall’adolescenza, una voglia e un bisogno di infrangere i pregiudizi sessisti che legavano all’uomo alcune professioni e competenze. Per sfatare questo mito, infatti, pensò bene di annotare su un taccuino esempi di donne che eccellevano in ambiti a prevalenza maschile: ingegneria, chimica, giurisprudenza.

Durante la Prima Guerra Mondiale si arruolò come infermiera volontaria in Canada, e al termine della guerra si delineò la sua passione: nel 1921 acquistò il suo primo aereo, un biposto che dipinse di giallo e soprannominò “il canarino”. Sette anni dopo giunse la proposta di sorvolare l’Atlantico a bordo del velivolo Friendship: ventuno ore di trasvolata separavano gli Stati Uniti dal Galles, l’impossibile dal possibile. Nel 1932 compì nuovamente l’impresa, questa volta da sola, battendo il record mondiale di altitudine e meritandosi l’appellativo di Lady Lindy, come erede dell’aviatore Charles Lindbergh.

Dopo altre spedizioni di successo, emerse la necessità di un’impresa mai tentata prima: il giro del mondo. Non senza difficoltà, la spedizione si aprì ufficialmente il 17 marzo 1937, ma una serie di imprevisti costrinsero Earhart a rimandare la partenza ufficiale al 2 luglio. L’aereo si chiamava Electra e decollò a mezzanotte: a bordo la pilota e solo un membro dell’equipaggio. Alle 7.42 fu inviato l’ultimo messaggio, dopo il quale l’aereo scomparve nell’Oceano Pacifico, dove si inabissò.

La tragica fine di Amelia Earhart ha certamente creato un’aura di mistero attorno alla figura avanguardistica dell’aviatrice. La sua influenza nella cultura popolare è tangibile: ha meritato un tributo nel film “Una notte al museo 2”, in cui è Amy Adams a vestire i suoi panni. La sua figura, slanciata e naturalmente elegante, è ciò che la storia ci ha restituito di lei, preservando la memoria di una donna tenace e di classe che ha saputo tradurre in realtà un’ambizione additata dai suoi contemporanei come un’infantile fantasia.

 

by Letizia Dabramo

 

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