Valerie Solanas

“A male artist is a contradiction in terms”

un uomo è per sua natura incompleto e, di conseguenza, è imperfetta la sua arte. Così sentenziò Valerie Solanas, una personalità decisamente sui generis che negli anni ’60 gravitò nei pressi della factory di Warhol, un posto ai confini della realtà.
Valerie si presentò in qualità di autrice del testo teatrale Up Your Ass, storia di vagabondaggio e prostituzione (di probabile ispirazione autobiografica) chiedendo un finanziamento e un supporto artistico al padre della pop-art. Purtroppo, però, lo stesso Warhol era stretto nella morsa della censura a causa dei contenuti osceni delle sue produzioni e uno spettacolo come quello proposto da Solanas avrebbe compromesso ulteriormente la sua posizione, inimicandosi in modo definitivo le autorità.
Il diniego di Warhol provocò nella donna una delusione rabbiosa, che in questo modo vide condannata oltre che la sua creatività, anche le sue possibilità di realizzazione economica.
Quindi, per arginare l’ira, le fu offerto un ruolo marginale in una pellicola in produzione in quei giorni: I, a Man che vedeva tra i protagonisti Nico e Tom Baker. Ma questo non bastò a emergere: il carattere schivo non consentì a Solanas di entrare in modo stabile nell’olimpo delle superstar.
Nel 1968, Valerie riuscì ad autoprodurre qualche copia dello SCUM Manifesto: un’opera lucida e al contempo delirante sulla possibilità di instaurare una società senza bisogno del genere maschile. Un testo che appare come una vacua utopia, ma la sua analisi risulta meditata e vascolarizzata in ogni settore, dalla biologia all’economia, con l’idea di abbattere il capitalismo – allegoria del patriarcato.
E mentre le sue teorie erano sempre più delineate verso orizzonti d’avanguardia, avvenne la drastica rottura con Andy, reo di aver assunto un’importanza ossessiva nella sua vita.
L’atto estremo di questo stato paranoico si concretizzò il 3 giugno 1968, quando Valerie si 0recò presso la factory, armata di una calibro 32 avvolta in un sacchetto di carta: attese alcune ore prima di essere ricevuta nello studio di Andy Warhol. Estrasse l’arma e, approfittando della distrazione dell’artista, impegnato in una conversazione telefonica, sparò tre colpi: solo uno centrò il bersaglio, ma fortunatamente non si rivelò fatale.
L’episodio costò all’attentatrice tre anni di carcere e il ricovero presso diverse strutture psichiatriche, che la ospitarono fino alla sua morte nel 1988. Purtroppo, della sua figura controversa non resta molto: un tributo cinematografico, qualche citazione in ambito musicale e la frase “I Shot Andy Warhol”, con la quale Valerie Solanas raggiunse tristemente il suo quarto d’ora di celebrità.

by Letizia Dabramo

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