L.E.

A volte sentirsi donna è una sensazione, prima che uno status anagrafico o biologico. Essere donna significa procedere con orgoglio: non con il fervore cieco di chi vede in ogni donna una pasionaria, ma con la razionalità di decisioni meditate. Lili Elbe entra di rigore in questa rubrica, come prima donna transessuale della storia. Le sue vicende umane si intrecciano con il delicato percorso chirurgico, in un’epoca in cui né la medicina, né l’opinione pubblica riuscivano a sostenere progetti tanto ambiziosi (difficili da digerire ancora oggi, per qualcuno). La sua vita è uno scrigno di preziosi aneddoti che si dischiude a chi entra in contatto con questa figura sui generis: attraverso il libro The danish girl di David Ebershoff, ad esempio, o con il film in uscita interpretato dal già premio Oscar Eddie Redmayne. Oppure, abbandonandosi agli scatti di Peter Lindbergh che ritraggono Nicole Kidman tra i chiaroscuri attraverso cui rivivono Lili e Gerda, cioè la protagonista indiscussa di questa storia e la sua compagna. Prima di intraprendere il suo percorso verso la transessualità, Lili Elbe è Einar Wegener, uno studente universitario che incontra la graziosa pittrice Gerda Gottlieb. È la “prima vita” di Lili/Einar e, nel 1904, i due decidono di sposarsi, eleggendo di lì a breve, Parigi come sfondo ideale per le loro vicende amorose e lavorative. In questa storia confluiscono le tinte fosche del pregiudizio che sfumano, fortunatamente, nei colori brillanti delle tavole di Gerda. Le illustrazioni sono caratterizzate da una grande vivacità delle cromie che riempie i tratti asciutti di ispirazione Art Déco; i temi delle opere, altrettanto esuberanti , rimandano in modo chiaro al sesso e, in particolar modo, all’amore saffico. È uno humour sottile quello che percorre la produzione artistica di Gerda, ed è con la stessa carezzevole e arguta ironia che ritrae Lili, paragonandola a una regina di cuori fasciata in abiti seducenti. La prorompente femminilità di Lili si concretizza non solo nelle sue movenze misurate e nel suo aspetto in grado di attirare molti uomini, ma anche nel fortissimo desiderio di maternità. È questa la motivazione che la spinge ad affidarsi al medico tedesco Magnus Hirschfeld, con il quale affronterà cinque interventi molto delicati, come l’asportazione dei testicoli e il trapianto di ovaie e utero. Purtroppo, una di queste operazioni si rivela fatale: nel 1931, la “ragazza danese” muore nel tentativo di formalizzare (anche) a livello clinico il passaggio da Einar Wegener a Lili Elbe. Muore non per un ideale ma, forse, per qualcosa di più: per il desiderio mai banale di sentirsi se stessi senza compromessi.

by Letizia Dabramo

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