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Marta Zura Puntaroni, meglio conosciuta come la “Snob” del web. Blogger, letterata e anticonformista. L’abbiamo intervistata per la nostra sezione #Talent.

Marta Zura-Puntaroni meglio conosciuta come la “Snob” dal nome del tuo blog Diario di una Snob. Perché snob?
Ah, non ne ho la più pallida idea. Nel senso, sono sempre stata definita una snob, ma ho scelto il nome più per caso che per altro. Suonava bene, per non so quale motivo mi era entrato in testa. “Se mai aprirò un blog lo chiamerò così.” E infatti eccoci qua. Poi a posteriori ho trovato tanti ragionevolissimi motivi, ma la verità è che all’inizio non lo sapevo.

Dello snobismo si potrebbe parlare a non finire.
Judith Shklar in un suo libro, Ordinary Vices, scrive che lo Snobismo è un diretto attacco all’uguaglianza. Lo Snob va a violare uno dei principali diritti dell’uomo, quello di essere creati tutti uguali, rendendo la disuguaglianza uno strumento d’offesa.
Essere Snob, quindi, è un atto altamente antidemocratico, è il considerarsi speciali, parte di un élite.

C’è un saggio di Virginia Woolf – pubblicato postumo, da quel che so – che si intitola proprio Am I Snob?
Buona domanda.
L’essenza dello snobismo è il desiderio di fare colpo sugli altri. Lo snob è una creatura inconsistente, senza cervello, così poco soddisfatta della propria posizione che per darsi un po’ di spessore non fa che sventolare in faccia agli altri titoli e onorificenze, affinché si convincano, e convincano lui stesso, di ciò di cui in realtà non è affatto convinto: che anche lui, o lei, è una persona importante.

La Woolf conclude dicendo, sì, sono una snob. E ritengo che la cosa sia valida anche per me.

Ma l’ammetterlo e il dichiararlo così apertamente, ironicamente, nel titolo del blog, è già un tentativo di giustificarsi. Definendomi Snob metto avanti le mani, avverto il lettore: stai entrando in un luogo antidemocratico, dove regna un’insicura patologica che finge di essere una persona importante.
Curiosamente, però, questo è il mio atto più snob in assoluto: il dichiarare apertamente di essere una snob dà il via a una naturale selezione tra i Lettori, eliminando quelli troppo stupidi per capire i vari livelli di lettura del blog.

Sei una blogger anticonformista, più letterata che blogger. Quando e perché hai pensato di aprire un blog?
Ho aperto il mio primissimo blog nel 2002. Era una cosa orrenda sulla piattaforma per blog di Tiscalinet, ci ho scritto i fatti miei per qualche mese. Poi ho scoperto Splinder, e da quel momento in poi ha avuto vita una serie spropositata di bloggettini pieni di teenage angst; vengo da un paesino piuttosto insignificante, sono stata la classica adolescente introversa: il blog era il mio diario personale ma, allo stesso tempo, il contatto costante e reale con un mondo altro. Adesso diamo tutto questo per scontato: abbiamo Facebook, Twitter, siamo iperconnessi. Ma quando ho iniziato la rete non era così capillare. Era un far west, era un luogo per pochi reietti: come tutte le terre da poco scoperte e ancora inesplorate, era abitata principalmente da quelli che non trovavano abbastanza spazio nella vita vera. L’attività stessa di stare su Internet ti obbligava a eliminare parte della tua esistenza: non c’erano smartphone, non c’erano tablet – a malapena c’erano i laptop – se volevi essere connesso, se volevi bloggare, allora dovevi rinunciare a altro: vedere un film, uscire con gli amici, portare a spasso il cane. Internet e la Vita Reale erano in contrasto, in opposizione.
Ho smesso di scrivere per diversi anni – dal 2006 al 2010, circa – e poi ho aperto il Diario, l’ennesimo web-log, l’ennesimo diario online. Nel frattempo, però, il mondo era cambiato. La popolazione web era decuplicata, erano nati i social, il blog come mezzo era già stato dato per morto diverse volte. Ho aperto il blog credendo di essere ancora nel Far West, invece mi sono trovata in un mondo strutturato, pieno di fashion blog e mommy blog e food blog e lifestyle blog… i blog erano diventati delle riviste: del personal, del web-log propriamente detto era rimasto poco. Dopo qualche mese mi sono resa conto che un blog come il mio non aveva più senso d’esistere, era qualcosa di vecchio: invece sono arrivati i visitatori. Prima poche decine, poi centinaia, poi migliaia: insomma, il Diario di una Snob era diventato, in un certo modo, famoso. Aveva un suo pubblico, fedele anche se non numerosissimo: si era ritagliato una nicchia in cui sopravvivere.

Ora mi trovo in una posizione particolare.
Da una parte sono una forza del passato: il blog è uno dei primissimi esempi del web 2.0, l’internet bottom-up dove ognuno può produrre contenuto. Pensiamo ai primi blogger americani, tipo Justin Hall: ha iniziato a bloggare nel 1994. Il che significa che il mezzo blog ha vent’anni. Venti. Anni. Sto utilizzando per esprimermi uno dei mezzi più vecchi della rete.
D’altra parte sto utilizzando, a livello “letterario”, un mezzo nuovo e che non ha ancora nessun riconoscimento, nessuna dignità. Se nei primissimi anni c’era stato un certo interesse nei blog come “prodotto estetico”, dove per prodotto estetico intendo un qualcosa dotato di una certa dignità o di un certo valore artistico, ormai il web-log non fa più notizia né interesse sotto quel punto di vista: vale solo come prodotto con un evidente target commerciale, come rivista online volta a veicolare informazioni su prodotti da comprare.
Sono, quindi, in contrasto tanto con l’Internet quanto con l’Accademia: ed egualmente ignorata da entrambi.

La storia di “Diario di una snob” è un po’ complessa. È nato 5 anni fa ma è “morto” e poi “risorto”.
Il blog è morto e risorto numerose volte, credo almeno quattro o cinque. In circa la metà dei casi c’era di mezzo un uomo. Che ci volete fare, non lo sembro ma sono inguaribilmente femmina: le storie d’amore hanno sempre la meglio sulla mia capacità di discernimento. La prima vittima delle mie depressioni amorose è puntualmente il blog, anche perché le cose che scrivo sul blog sono spesso motivo di litigio con gli uomini.
Nell’altra metà dei casi c’erano gli Anonimi, questa genia di esseri malevoli che si aggira per l’Internet pronta a colpire le sceme come me, che si espongono rendendo pubblica tanta parte della loro vita. Il rapporto con le critiche è sempre complesso: pur dando per scontato che siamo sette miliardi ed è impossibile che ogni singolo sfortunato con cui dividiamo il pianeta terra sia d’accordo con noi o ci trovi simpatici, ogni volta che subisco un attacco o una critica vado in paranoia. Sono davvero una così brutta persona? Sono davvero un essere così orribile? Le certezze su cui ho basato la mia esistenza sono cazzate?
Le persone troppo sensibili o troppo sceme come me non dovrebbero avere troppo a che fare con il resto dell’umanità.

Chi è Viola Amerighi? Parlaci di lei.
Viola è stato il mio pseudonimo per quattro anni. Ho rivelato il mio vero nome, Marta Zura-Puntaroni, soltanto a Gennaio, pochi mesi fa. Ancora adesso, quando leggo il mio vero nome scritto da qualche parte su Internet, mi viene voglia di urlare Siamo state scoperte! Si salvi chi può!
Viola per quattro anni è stata la cabina telefonica dove Marta andava a cambiarsi per poi uscire nei panni della Snob: mentre per lungo tempo è stata una garanzia di tranquillità e anonimato, col passare del tempo è diventata soltanto una scusa per ricattarmi. Mi sono arrivate decine e decine di mail da vari anonimi, con scritte cose come so chi sei o so che menti o conosco il tuo vero nome. O altre da Lettori che si sentivano traditi dal mio utilizzare uno pseudonimo.
Cos’hai da nascondere?, sembravano chiedere tutti.
Niente, in effetti. Niente.
Viola era stata creata quando ancora ero all’università ed ero tentata dalla carriera accademica: pensavo che magari, ecco, da dottoranda mi sarei pentita di avere il mio nome collegato a un blog pieno di paturnie e recensioni di sex-toys. Poi l’idea della carriera accademica è stata abbandonata, ma Viola ha continuato a esserci e a prendere potere.

Quali sono le tue maggiori ispirazioni e quello che proprio non ti piace?
Ispirazioni: difficile. Mi piacerebbe dire che non mi ispiro a nessuno, ma non è vero: la verità è che le informazioni che ricevo sono così frammentate che mi è difficile stabilirne una fonte.
Per quel che riguarda strettamente il blogging, mi rifaccio sempre ai vecchi blogger famosi del 2004/2005 su Splinder – potrei fare qualche nome, la verità è che è gente di cui ormai non si ha traccia. Spesso scrivo come se fossi ancora lì, se il mezzo fosse ancora quello lì.
Odio sempre di più i fashion blog, senza alcuna speranza di redenzione: hanno reso il blogging una farsa, una barzelletta. La gente quando viene a sapere che ho un blog pensa subito “Ah, guarda: un’altra di quelle sceme che si mette le magliette di Zara e si fa fare le foto dall’amica con la reflex nel cortile del palazzo.”
Fashion blogger, se state leggendo: vi odio.

Hai progetti e sogni per il futuro di “Diario di una snob”?
Continuare così, continuare a scrivere: le cose vanno bene, ci sono sempre nuovi Lettori e le visite vanno aumentando. Non voglio svendere il blog, non voglio guadagnare con il blog, non voglio fare del blog un lavoro. Per un blog quattro anni e passa sono tanti: soprattutto se è un blog vecchio stampo come il mio. Vedere che siamo ancora qui e la gente ancora ci legge è molto bello.

Per chi non la conoscesse ecco il link del suo Blog _ Diario di una Snob
Per le foto Silvia Costantino