Karl Otto Lagerfeld: you can be hero, just for one day.

Chanel Fall Winter 19-20

Troppo è stato scritto sulla storia di un uomo che ha fatto la storia della moda e del costume.

Karl Otto Lagerfeld, stilista, fotografo, editore, genio. Genio perché mai ovvio, mai stucchevole, eccentrico, visionario Karl.

Così indissolubilmente legato ad un concetto di estetica e rigore che nel 2000 perse quasi 40 chili per indossare jeans e smoking disegnati al tempo da Hedi Slimane per Dior Homme, diventando quel “figurino” rock e un po’ rétro con il quale passerà alla storia.

Affermava: “Da giovane volevo fare il caricaturista: e poi sono diventato una caricatura”, una caricatura con blazer seconda pelle, jeans attillati e camicia bianca con occhiali scuri, che materializza couture e lancia slogan con l’allure parigina, saltella in modo credibile tra il sacro e il profano, provoca in maniera beneducata e gioca “sadicamente” tra il rock e il bon ton, regalandoci ossimori e allucinazioni, il supermarket e La Villa.

La moda di Karl è fatta di pezzi chiave, distintivi e “marchi di fabbrica” da mescolare con freschezza e declinazione contemporanea, effortless chic, senza sforzo, diretta e snob.

Ha reso iconici i codici dello stile della celebre Maison: i tessuti bouclé, i giacchini senza revers, le borse con le catene a tracolla, i fili di perle e le camelie.
L’icona Karl ha contribuito a rendere Chanel, più che una griffe, un vero scenario. Lo scenario Chanel.

Oggi c’è stata la prima sfilata senza il Kaiser, l’ultima sotto la sua direzione creativa, con la supervisione del nuovo Creative Director Virginie Viard.

Quale tributo sarebbe stato abbastanza? Spesso, dal 19 Febbraio, mi sono chiesta cosa avrebbero inventato per rendere onore all’uomo che era il deus ex machina della Maison Chanel dei nostri sogni.
Colui che ha “inventato” il codice Chanel, rendendolo scenario, visione, atteggiamento.

Un discorso, la sua voce apre la sfilata e chiude il cerchio infinito del suo lavoro, un sentiero di eleganza contemporanea ma, allo stesso tempo, senza tempo.
Questa volta va in scena Chanel in the snow, il Grand Palais si popola di baite che fanno da sfondo a una passerella innevata per una collezione, ancora una volta, magistrale.
Forse la più realistica delle scenografie, data la malinconia che avvolge gli abiti, come solo la neve sa fare.

Bouclé e volumi over per cappotti e tailleur in macro check e pied de cock, l’immancabile matelassé con cappelli maschili, maglieria ricamata e preziose giacche con interventi di total white per richiamare il candore delle nevi, incorniciati in perle, gioielli e accessori alla Chanel maniera.

Prima del termine Heroes di David Bowie accompagna le uscite finali, con evidente emozione da parte di modelle e presenti.

Di nuovo uno spettacolo, con minuzie creative che solcano la perfezione del manuale Chanel, che Karl ha reso tangibile, colto, equilibrato: “Fashion is an attitude, more than a clothing detail”.

Ha strappato un ghigno di stupore al più scettico, e ha messo d’accordo tutti con l’arte che forse gli riesce meglio: la cultura della bellezza. Nessuna sfilata è mai stata un semplice svolgimento, quanto un’esperienza, un incontro con la più pretenziosa delle donne: la donna Chanel.

Resterà in ogni colletto bianco montante, immacolato e innocente come spesso la donna sa essere, colpevole solo di aver lasciato alla moda troppe poche strade inesplorate.

Au revoir, Maestro.

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