In conversation with Marta Pozzan

È veramente un grande piacere fare questa intervista ad una persona che ammiro tanto. Allora, vado subito al punto. Ti do del tu perché tu sei tra l’altro, giovanissima.

M.P.: Certo!

Tu sei una content creator, un’attrice, una scrittrice. Ci vuoi parlare di questo tuo percorso?

M.P.: Sì. Allora, ho cominciato dal liceo, credo, ad avere questa idea che volevo scrivere. Quando avevo diciassette anni pensavo che nella vita quella fosse la mia vocazione unica perché ero molto interessata all’arte, alla letteratura e alla scrittura in generale. Ho fatto il Liceo Classico, poi mi sono iscritta a Lettere e Filosofia a Milano e lì ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. Però, sai, vivendo a Milano vieni a contatto con la moda, con un mondo un po’ diverso. Quindi qui sono stata esposta ad un mondo nuovo, per cui ho pensato: “Si può scrivere e si può scrivere di moda”. Quindi ho cominciato uno stage da Silvia Paoli, giornalista di Vanity Fair che aveva questo sito, “Lost in Fashion”, ed ero una delle sue ghostwriters, cioè scrivevo per lei, a suo nome chiaramente. Poi da lì, ho partecipato ad un piccolo programma di news di moda video che giravano per il loro canale Youtube. Mi hanno coinvolto in questo progetto registrando video settimanalmente che trattavano, appunto, di piccoli segmenti di moda, o facendo delle interviste a diversi designers durante la settimana della moda. In questo modo ho capito che c’è molto di più del semplice ruolo di scrittrice o giornalista nell’epoca in cui viviamo adesso. I Social Media erano appena nati, c’era solo Twitter e MySpace allora. Non c’era ancora Instagram, ma sentivo che c’era qualcosa di più che sarebbe dovuto succedere oltre che alla semplice scrittura che era la mia passione principale. Da lì, allora, mi sono infatti poi laureata, ho lasciato il lavoro con Silvia, mi sono trasferita a Londra per un Master in giornalismo che però poi non ho mai fatto perché sai, quando sei in Europa pensi che devi fare tutti questi percorsi “scolastici”, che poi in realtà sarebbe meglio venire un po’ più al punto, ma questa cosa l’ho capita poi dopo. La Laurea va benissimo, ma poi ho capito che per il lavoro che faccio adesso, non mi serviva il Master. Mi sono trasferita poi a L.A. dove ho fatto un corso di recitazione di un anno e mezzo e ho preso un diploma in recitazione. L’idea mi è venuta quando a Milano alcuni produttori mi hanno detto “Tu dovresti recitare. Ok, che ti piace scrivere, ma dovresti metterti anche alla prova con qualcosa che ti dà la possibilità di stare davanti una camera.”. Non volevo però fare la presentatrice, perché per quel ruolo devi essere comunque sempre molto energica, invece a me piacevano dei ruoli anche un po’ più drammatici, come hai visto, per esempio, nel corto.

Sì ho visto, molto bello!

M.P.: Ruoli anche più “dark”, quindi sapevo che la presentatrice non sarebbe stata la mia strada. Dopo aver fatto questa scuola, poi, ho fatto delle pubblicità tramite sempre la scuola che ti faceva fare dei casting per fare un po’ di esperienza nel mondo del lavoro e ho incontrato questo regista durante uno spot per una concessionaria di macchine che mi ha detto: “Sei così cool, mi piace il tuo stile. Dovresti conoscere mia moglie.” E sua moglie è Jamie King, attrice e modella. Da lì ho cominciato a lavorare come assistente per lei per sei mesi, per conoscere un po’ di persone. Mi faceva scrivere per una rubrica che aveva sul Huffington Post e poi mi ha sponsorizzato il visto lavorativo che è una cosa grandissima perché è la cosa che serve per stare in America a lavorare. Da lì, ho firmato un contratto con la Next Models che c’è anche a Milan, ma io ho lavorato solo con gli uffici di L.A. e New York. Abbiamo cominciato a prendere questi lavori per diversi brand, per cui ero “testimonial” però digitale perché creavo dei contenuti. Ho cominciato così a lavorare per diversi marchi di moda, di make-up e poi anche di lifestyle, di viaggi e in questo modo il mio percorso è cominciato. Soltanto negli ultimi due anni ho ripreso con la scrittura e la recitazione perché volevo crearmi una base solida per poi poter fare altre cose. Come sai, oggi anche per avere una parte in un film chiedono sempre “Quanti follower hai?”. Quindi ho pensato, se creo una base solida, poi posso fare tutto il resto. Ed effettivamente avevo ragione perché oggi mi è tutto un po’ più facile grazie anche a quello. E quindi ora siamo qui, questo è il percorso di circa otto anni.

Molto intenso come percorso.

M.P.: Intenso e anche molto compatto perché le cose più importanti sono avvenute nell’arco di cinque anni dov’è avvenuta la trasformazione e il passaggio da Milano, poi Londra e poi il mio lavoro qui a L.A.. E adesso sto aggiungendo alla mia esperienza più che altro di content creator, anche la scrittura e la recitazione tornando alla mia origine, diciamo.

Per proseguire il tuo sogno, la tua strada inziale, diciamo. Marta, vedendoti così dal vivo sei veramente bellissima. Eppure hai affermato che ti hanno definita “obesa” perché non eri cadaverica come le altre modelle. Qual è il tuo consiglio per le giovani donne e le donne in generale che non si sentono a proprio agio con il proprio corpo?

M.P.: Grazie! Allora, la prima cosa è, secondo me, parlarne, Chiunque abbia davanti un parente, un fratello, un amico che sente avere un qualcosa che gli crea un qualche disagio, magari anche non quotidianamente, ma che comunque ci fa star male, la prima cosa da fare per risolverla, curarla e aiutarci è parlarne. Quando parliamo, i nostri pensieri diventano un’altra cosa. Nel senso, quando noi pensiamo qualcosa nella nostra testa, in realtà questa potrebbe anche essere la voce di qualcun altro che ti ha detto quella cosa. Non è neanche un pensiero tuo, quindi, ma lo diventa. Invece, quando lo esprimiamo, ha, secondo me, meno potenza. Quindi, palare di come ci si sente, piangere, urlare, cercare di liberarsi dei pensieri negativi, è importantissimo. E poi, finalmente, i brand di moda hanno accettato che ci sono tantissimi corpi diversi e c’è più apertura. Da Versace a Fendi che hanno inserito per la prima volta nella storia delle loro case di moda delle modelle plus size che hanno sfilato. Quindi c’è molta più apertura ora. Però, per esempio, l’anno prima avevo ottenuto un lavoro per sfilare per un marchio abbastanza importante a Milano ed era già tutto confermato, quindi loro sapevano che non sono la classica modella da passerella, però a volte i brand hanno anche musicisti, artisti che prendono parte alle sfilate. Ma io, quando mi sono presentata al provino, mi hanno guardato facendomi sentire veramente obesa. Forse non so, avevano dimenticato che sono un talent e non una modella da sfilata. Alla fine mi hanno detto che non avrei più sfilato, ma che mi sarei seduta in prima fila.

Addirittura!

M.P.: Addirittura. E adesso, a distanza di soltanto otto mesi, con tutti i movimenti a favore dei diritti umani, non sarebbe mai possibile, mentre a settembre dell’anno scorso, sì. E lì ho capito che spesso l’essere umano viene classificato secondo dei canoni che, se non ha abbastanza forza d’animo, può rimanerci veramente male. Quindi sono felice che questa cosa stia cambiando. Però comunque parlarne ed essere aperti al pensiero che ognuno è unico ed è quella la cosa bella.

È vero. Allora, qualcuno ha detto “Anoressia è moda”. Quanto questa cosa ha influenzato l’hot couture per le ragazzine?

M.P.: Penso tantissimo. So che tante ragazze hanno sviluppato problemi alimentari pe questo ideale di donna e di fisici che vedevano sui giornali. Questi corpi di questo tipo. Che poi nascere con questa fisicità è bellissimo, ma ciò non vuol dire che sia per tutti. E c’è proprio la mancanza di questo messaggio. Ok, nascere con un corpo così, ma non educare gli altri a pensare che quello sia l’unico standard che funziona e che va bene perché così è stato per anni, ma per fortuna, adesso, è stato capito che nel mondo c’è di tutto. Tanti colori, forme, quindi non si può rappresentare solo quella parte che non è realista. Quindi perché non rappresentare tutte le forme umane che ci sono? Come anche nel cinema: perché mettere soltanto attori con un determinato colore di pelle piuttosto che raccontare di persone che hanno anche altre origini? Finalmente si sta un po’ ampliando, ancora con difficoltà soprattutto per certi marchi che ancora non hanno fatto questo passo, ma, secondo me, pian piano sta cambiando.

Per fortuna, menomale. Il futuro della moda è senza animali. Secondo te, la moda ecosostenibile è un’utopia o è davvero il nostro futuro?

M.P.: Assolutamente. Io non mangio carne da molti anni. Se penso che un animale muore e poi da lì ci facciamo borse o giacche, mi fa stare davvero male questa cosa. C’è un mio amico che produce demin e utilizza solo carta, nessun materiale che derivi da animali, ma tutto riciclato. O comunque ci sono delle idee in ecopelle che sono comunque bellissime come se fosse pelle reale. Prada e Miu Miu da qualche anno non fanno più pellicce o le giacche in pelle, Stella McCartney anche, ci sono un sacco di brand di lusso famosi che si sono adattati al free animal cruelty.

Una presa di coscienza verso gli animali e verso il nostro pianeta che arriva prima dal consumatore e poi alle grandi maison.

M.P.: Sì, è un lavoro che deve essere fatto in concomitanza perché bisogna educare il pubblico a capire che è importate e quindi spiegarlo. Poi, secondo me, il costo per sostenere una produzione ecosostenibile è più alto rispetto alla produzione di pelle animale, ecco perché molte aziende ancora non hanno fatto questo passaggio, ma credo cambierà assolutamente. Stella McCartney non fa mai né scarpe né borse in pelle: quindi non solo pelliccia, ma anche solo la pelle. Inoltre so che ci sono molti attori e attrici che non promuovono e indossano nulla che sia di produzione animale, quindi è possibile.

Allora, Marta. Nel tuo account Instagram ti definisci “Mental Health Advocate”. Ce lo potresti spiegare un po’ meglio?

M.P.: Sì. Si ricollega un po’ al discorso dell’aspetto fisico di parlare e di dire come ci si sente. Io ho trovato che nella mia vita, per la mia esperienza personale, ho sempre ricercato l’anima, quindi perché pensiamo certe cose, come siamo fatti, come cercare di sentirsi meglio quando siamo tristi. Ho sempre fatto questa ricerca personale e vedo che quando posto su Instagram cose relative alla psicologia, alla depressione, o in generale agli stati d’animo, ho sempre un sacco di feedback positivi dai miei follower e dalle persone che mi seguono perché preferiscono vedere questa parte reale di me, di essere umano che sì fa moda, sì scrive, fa i film, ma parla anche di noi. Ed è una cosa importantissima secondo me perché parlare di come ci si sente, si fa sentire gli altri parte di una comunità per cui non sei l’unica che sente queste cose.

Nel tuo cortometraggio “Next One”, che poi è bellissimo, parti degli abusi e delle violenze che subiscono le donne nel mondo dello spettacolo e nella moda, ma in realtà le subiamo un po’ dappertutto, purtroppo. Parlaci un po’ di questo progetto.

M.P.: L’anno scorso stavo parlando con il mio amico Guglielmo che è un attore e un regista veramente fantastico e di talento e ci raccontavamo delle nostre problematiche di cuore. Ad un certo punto mi è venuto in mente un suo cortometraggio bellissimo con Alice Pagani che è entrato in concorso con altri cortometraggi al Festival di Cannes nel 2017 che mi è rimasto veramente impresso e ho pensato che avrei voluto fare un corto come quello che raccontasse qualcosa di forte, di importante. Cercavo quindi un regista o una regista con cui farlo qui in America. Ho chiesto quindi a lui di farlo e lui mi ha detto subito “Sì, facciamolo”. Stavamo quindi parlando degli argomenti su cui fare questo corto. Io volevo farlo sugli uomini e su come le donne prendono potere sugli uomini con delle strategie. Lui però mi fa: “Perché non facciamo questo corto in cui tu sei una donna che ha vissuto diversi traumi da produttori che ti hanno abusata etc.” Lei nel corto non è cattiva, però avendo vissuto questi traumi, è come se l’abusato diventasse poi l’abusatore. Non per infliggere dolore agli altri, ma è una cosa automatica. È come se lei volesse proteggere queste ragazze facendo loro capire che queste cose potrebbero succedere anche a loro, quindi mostra quello che potrebbe succedere. L’abbiamo scritto praticamente tra un messaggio di whatsapp e l’altro finché non ci siamo visti a febbraio per girarlo, ma l’idea è nata a dicembre durante le vacanze di Natale. L’abbiamo quindi girato a febbraio, tutto in un giorno, a Roma con delle ragazze che provenivano da una scuola sperimentale di cinema e teatro che sono state bravissime perché non era un tema facile. Io ho dovuto anche schiaffeggiare una ragazza e io non volevo farlo, piangevo, ma dovevo farlo perché era parte del personaggio. Quindi davvero sono state molto disponibili e durante il set c’è stata una magia che mi ha fatto sentire che ci fosse davvero qualcosa di più grande perché ho pensato se io e lui, semplicemente parlando per un paio di mesi, abbiamo fatto una cosa così bella, sai quante altre cose si potrebbero fare. Quindi mi ha davvero aperto il cuore. Poi, il Covid, avevamo altri programmi per il corto, ma esce su una piattaforma davvero fantastica che è quella di Alma Har’el che è la regista di “Honey Boy”. E quando giravamo il corto io pensavo già a lei, pensavo: “Alma approverebbe questo corto”, perché comunque lei è una regista donna che ci ha messo anni per farcela nel cinema, che parla molto anche delle sue esperienze con gli uomini, è veramente una grande pioniera che vedrai molto nei prossimi anni, sta preparando un sacco di cose, un sacco di film super cool. E comunque appena gliel’ho mostrato, lei l’ha subito adorato e quest’anno lei è anche membro del board dell’Accademy per decidere quali film verranno candidati agli Oscar, quindi è molto riconosciuta. L’abbiamo mandato ad un sacco di festival italiani visto che siamo italiani e il corto è anche in italiano e la cosa assurda è che non l’hanno preso. Quindi, i Festival che fino ad ora l’hanno preso, sono principalmente gestiti da donne e in America. Quindi è molto interessante questa cosa perché noi l’abbiamo fatto per il mondo, non solo per l’Italia, però pensavamo che a Roma sarebbe stato ben accolto perché comunque siamo italiani e invece è interessante come qui siano molto più aperti a queste tematiche e che si siano molte più donne nel mondo dello spettacolo, non solo come attrici, ma anche come registe, sceneggiatrici, produttrici della fotografia, quindi qui c’era forse il pubblico più giusto in realtà. Quindi sono molto contenta.

Marta e a proposito di abusi e violenze che ci sono in questo mondo, è successo anche a te?

M.P.: No, diciamo di no. L’ho visto accadere a persone care che conosco e quindi è come se un po’ lo vivessi anche tu. Ci sono state delle occasioni in cui sono successe delle cose un po’ inappropriate, ma sono sempre stata molto vigile e attenta a capire le intenzioni delle persone intorno a me, per cui non mi sono mai lasciata colpire da queste cose. Però ho sempre questo lato molto attento per quegli atteggiamenti che potrebbero diventare abusi, o comunque per quegli atteggiamenti che spesso alcuni uomini hanno per manipolare le donne ed è una dinamica che vedi in tanti aspetti della vita, un regista con un’attrice, un capo con una dipendente, non solo nel mondo del cinema. Quindi sono sempre stata molto attenta a questa cosa e a incoraggiare le donne a dire sempre la loro, a non subire né a livello mentale, né verbale, né fisico. Mi sono sempre sentita una “donna uomo”, nel senso che sì sono una donna, ma ho delle intenzioni più da uomo, di voler dire, di voler lottare, di volermi esporre, mentre solitamente la figura femminile è più pacata, più sopporta. Mentre invece io se c’è qualcosa che non mi piace, lo dico. Come per il discorso sul proprio corpo, è importante esternare come ci si sente, perché più si lascia dentro, più si intacca il nostro sistema emotivo e ci vuole tempo a ripristinarlo poi dopo. Gli abusi succedono anche perché l’abusato ha paura che l’abusatore faccia qualsiasi cosa. Ma la paura è un’illusione, perché se noi capiamo che se ci togliamo da una situazione tossica e che non ci succederà nulla perché erano soltanto minacce. Ovviamente ci sono casi in cui è molto più pericoloso perché certe donne vengono letteralmente picchiate, quindi questa è una cosa ancora più terribile perché non è solo una cosa mentale, ma la vita di queste donne è realmente in pericolo e lì la paura capisco che sia molto difficile da superare, però, secondo me, ce la si può sempre fare. Il mio corto, quindi, l’ho fatto proprio per incoraggiare le donne a pensare che ce la possono fare anche senza gli uomini, perché nulla è per sempre e le cose possono cambiare, anche se è difficile per molte persone.

Purtroppo non si subisce la violenza, soprattutto psicologica, da soli uomini. Viviamo in una società in cui spesso sono stesso le donne a condannare altre donne per motivi magari legati alla tradizione, alla cultura, alla gelosia anche a volte.

M.P.: È vero, più che tradizione e cultura, sento spesso che dipende dalla gelosia. Da che ho memoria, non ho mai nutrito sentimenti di gelosia, o invidia. Se vedo qualcuno che fa successo con la carriera, o ha un bel fidanzato, ho sempre pensato “Wow, che bello! Chissà come hanno fatto.” Quindi mi incuriosisco e sono contenta per loro, ma non ho mai provato invidia. Però mi sono resa conto che è una cosa molto rara perché siamo molto tendenti al giudizio anche quando non conosciamo la storia dell’altra persona e questa è una cosa che vorrei tanto cambiasse.

Speriamo! Sono fiduciosa. È un percorso molto importante in cui dovremmo essere noi protagoniste del cambiamento e non aspettare che gli altri cambino. Dobbiamo per primi noi eliminare le persone tossiche dalla nostra vita.

M.P.: Guarda, io da qualche anno ho imparato a farlo in maniera “professionale”, perché le persone buone ed empatiche, come io mi ritengo, attraggono tante persone tossiche perché queste sentono che possono attingere perché sanno che abbiamo molto da dare. Quindi è importante filtrare ed è una cosa che si impara a fare con gli anni

È vero. Allora, questo bellissimo cortometraggio l’hai prodotto con soli 1500€. Qual è il tuo consiglio per i giovani che vogliono intraprendere il tuo stesso percorso professionale? Che comunque mostra che dopo un po’, si può fare.

M.P.: Si può fare, tutto si può fare. La cosa principale è chiudere gli occhi e pensare “Voglio una cosa. La faccio, la faccio, la faccio”. Io faccio così. Mi sono sempre scritta una lista delle cose che volevo fare, progetti che volevo fare, persone che volevo conoscere, come volevo essere come aspetto fisico, come una specie di moodboard della vita, e, nel corso degli anni, queste cose sono successe. Quindi la propria forza di volontà è la chiave di tutto. A volte vedi persone che magari non sono così eccellenti in una categoria, ma che lo vogliono talmente tanto che succede perché la volontà e la dedizione ti portano a farcela. Quindi io direi alle ragazze se avete un pensiero, un’idea, non autogiudicatela. Non dite “No, non funzionerà. Non posso farlo. Non piacerà.”. È proprio il contrario: ho una cosa da dire, la sento, la scrivo, la leggo, la faccio. Io questa procedura la faccio sempre: penso, la scrivo, la vedo quindi mi ricordo e faccio di tutto per farla accadere. Ad esempio, a luglio volevo lavorare con questo brand che si chiama urban features. Perché stavano facendo un sacco di cose interessanti e l’ho scritto nel mio notebook. Dopo una settimana, ho cercato l’e-mail della responsabile marketing del brand, abbiamo parlato e abbiamo fatto un progetto video che uscirà tra una settimana. Quindi funziona così, io lo so. Lo dicono tante persone di successo che ce l’hanno fatta, che hanno aziende, marchi di moda, che hanno fatto film: bisogna credere nelle proprie idee e pensarci finché non succedono. Ovviamente bisogna studiare e fare più ricerche possibili, però mai pensare “No non posso”. Non è neanche una questione di soldi o contatti, perché io non ho familiari che lavorano nel cinema, non hanno nessun canale di connessione con questo mondo. So che in Italia è ancora molto importante quello, ma io sono la prova che non serve quello, non servono i soldi, ma serve crederci e studiare. È come un puzzle.

Vero, la nostra vita è come un puzzle. È anche però vero che, tornando al discorso di prima, veniamo spesso influenzati dal giudizio degli altri. Speriamo cambi la situazione.

M.P.: È importante, secondo me, soprattutto per i ragazzi giovani, magari trovare una persona adulta che li sostenga, perché spesso magari un ragazzino di sedici anni può avere un’idea ma è spaventato. Ma se si riesce a trovare un mentore, una persona che capisca e che supporti, credimi che cambia la vita.

Che bel pensiero, è vero. Allora Marta, Spaghettimag ama parlare di métissage, inteso come mescolanza culturale. Cosa ne pensi del diversity?

M.P.: Penso che non potrei pensare un mondo senza. Nel senso che io non ho mai sentito questo distacco tra una persona che viene dall’Italia, piuttosto che dall’America, piuttosto che dal Giappone. Non mi sono mai posta un limite su persone che provengono da Paesi diversi, anzi. Anche per esempio per l’età. A volte l’età è vista come un fattore non di discriminazione, però è una cosa a cui comunque si sta attenti. Io invece non mi faccio intimidire da chi è più vecchio, né penso che chi è più giovane non capisca, anzi. Ho un sacco di amici più grandi o più piccoli di me e penso che sia una cosa bellissima riuscire a confrontarsi perché ti arricchisce. Più diversità c’è, più si cresce, secondo me. Vedo la diversità come una cosa fondamentale per crescere e per comprendere meglio il mondo perché ci sono tantissimi Paesi e più si capisce di ognuno di loro, più si capisce del mondo a livello politico, culturale. Causa Covid sono qui da febbraio e mi manca molto viaggiare, conoscere persone nuove. Ho comunque conosciuto tante persone online, però il fatto di conoscerle da vicino, mi manca tantissimo.

Il diverso viene inteso spesso per colore di pelle, per religione, invece hai ampliato il discorso all’età, al pensiero politico, è una risposta molto bella che apre molti orizzonti, soprattutto ai giovani. Allora Marta, tu sei vicentina e da anni vivi a Los Angeles. Quanta America c’è in te e quanto sono state importanti le tue origini per la tua crescita personale e professionale?

M.P.: C’è tanta America in me. Quando ero piccola guardavo tanti film in inglese e sognavo di vivere qui. Mia madre non lo capiva tanto, l’ha capito poi dopo, ma io mi sono sempre sentita di appartenere a questo Paese. Perché sai, quando sei piccolo non capisci tutto, hai delle intuizioni. Mi sono sempre sentita che qui ci fosse più comprensione, più apertura, più di tutto, ed effettivamente è così, nel bene e nel male. Quindi questa cosa mi ha aiutato. Gli americani pensano sempre in grande. Magari noi lo vediamo come eccesso, ma in realtà gli americani sono più possibilisti. Non ci sono cose tipiche per ogni età, quello che vuoi farlo, puoi farlo.

Allora Marta, sei stata molto gentile. Ti ringrazio, è stato un grande piacere conoscere una persona come te, giovanissima che rappresenta il mondo femminile nel mondo. Grazie molte. Spero di incontrarci poi dal vivo.

M.P. Sicuramente! Grazie a te!

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