In conversation with Ingordo

Abbiamo intervistato Ingordo, tra i foodblogger più talentuosi del web.

Conosco Alessandro dai tempi del liceo, precisamente dal quarto ginnasio. Una persona che poco aveva a che fare con l’aggettivo classico del nostro istituto. Era più grassottello di ora, un carisma e una simpatia rumorosa e forse maldestra, imitava chiunque. Una di quelle persone che quando non c’è, manca.
Occhi sempre vispi, faceva parte della brigata che “comandava”, faceva teatro a scuola, lo conoscevano tutti.
L’ho ritrovato dopo qualche anno con un suo blog, a scrivere benissimo, con una nota comunicativa davvero fuori dal comune, a sviluppare sotto i riflettori una passione sicuramente strabordante: la cucina.
Il suo blog, Ingordo, l’ha portato a collaborazioni e workshop prestigiosi, confermando quanto, oggi, la figura del food-blogger dica la sua.

Il mondo dei social e del digital è stato la tua fortuna, come hai iniziato? 
Ho iniziato qualche anno fa per gioco pubblicando sui social ciò che cucinavo. Ho incontrato poi Mia Di Domenico in un periodo in cui avevo voglia di creare un blog tutto mio. Mi propose di scrivere delle rubriche settimanali inerenti alla cucina sul suo blog e così ha avuto inizio il mio percorso. Mi sono fatto le ossa con lei e poi sono andato piano piano da solo per la mia strada. Ho incontrato Egidio Cerrone (puokemed) e i ragazzi di fatelardo poi sul mio cammino. Sono stati importantissimi per me. Hanno creduto tanto in me e visto del potenziale nella mia persona e nel mio personaggio e grazie a loro ho avuto una crescita enorme personale e professionale. Ho compreso le mie capacità ed i miei limiti. Sono stato presentato ad un pubblico più vasto ed InGordo ha raggiunto una visibilità enorme. Sarò sempre grato ai ragazzi. Quattro anni fa non avrei mai detto di poter arrivare a tutto ciò. 34 mila persone che mi seguono sono tantissime e quando realizzo mi trovo in uno stato particolare di felicità.

Laureato in farmacia, meglio il bancone di una farmacia o i fornelli di una cucina? 
…quasi laureato…e la risposta che forse tutti si aspettano è… i fornelli di una cucina. Così non è. Mi spiego meglio. A me piace tantissimo cucinare ma mi piace allo stesso modo lavorare in farmacia. Sono cresciuto in farmacia, prima con mio nonno e poi con i miei. Non mi sento fuori luogo dietro un bancone così come non mi sento fuori luogo dietro i fornelli. Il problema è che non riuscirei mai a condurre la vita che fa uno chef. Per me sono dei supereroi. I miei idoli sono loro. Chi lavora in cucina (almeno chi lo fa bene e chi vuole arrivare molto in alto) sacrifica tutto. Aldilà del sacrificio fisico ci sono sacrifici mentali e affettivi. Chi lavora in cucina ad un certo livello vede la propria famiglia, la propria fidanzata, figli e amici pochissime ore al giorno (quando ci riescono…conosco chef che non vedono la propria famiglia per giorni). Io non riuscirei mai a tenere un ritmo del genere e non riuscirei mai ad avere mancanze simili. Ragion per cui preferisco restare in un giusto equilibrio. Non abbandonerò mai la mia amata cucina e condividerò sempre sui miei canali esperienze, ricette ed emozioni scaturite dal cibo con tutti coloro che mi seguono, mi stimano e che si fidano di me. Non trascurerò mai i miei amici, la mia fidanzata, la mia famiglia.

Spiandoti un po’ sembri davvero legato ai piatti tradizionali, specialmente della cucina della tua terra. Spesso però, com’è giusto che sia, alterni a pietanze moderne e anche modaiole.
Meglio una parmigiana di melanzane o una tartare di carne fatta bene?

Meglio il buono. In generale però, anche quando creo qualcosa di innovativo, parto sempre dalla base, ovvero dalle nostre tradizioni. Le tradizioni sono le nostre radici e le radici sono fondamentali per tenere in piedi grossi alberi. Se dovessi scegliere tra parmigiana ed una tartare sceglierei la parmigiana. Non solo per il gusto ma per sentimenti, emozioni. Un pezzo di parmigiana racchiude in se (oltre a pomodoro, melanzane, parmigiano, basilico) nonne, mamme, ricordi d’infanzia. Ciò non vuol dire però che una tartare fatta bene non sia altrettanto buona e meno apprezzabile.

C’è chi ha definito Il foodporn una pagina nera della cucina, che si fa portavoce di piatti essenzialmente poco lavorati, sicuramente poco salutari, con ingredienti di largo consumo. Tu che ne pensi?
Penso che il discorso foodporn sia un discorso complicato. Penso che questo termine sia stato stravolto. Negli anni 80 fu coniato per descrivere qualsiasi cosa che, attraverso un’immagine, una foto potesse far gola ed invogliare l’osservatore e mangiarla. Per esempio per me il foodporn può risiedere anche in uno spaghetto alle vongole fatto bene.  Col passare del tempo però si è passati ad un’esagerazione incomprensibile e che non condivido. Salse al pistacchio, fondute (magari fossero fatte bene allora…), burrate, formaggi di scarsa qualità, colate di cioccolato che inondano panini e dolci non mi fanno impazzire. Non giudico gli amanti del genere se per loro panini pieni di ingredienti messi senza alcun criterio rappresentano il concetto”foodporn” (e quindi di cibo attraente e che fa gola), perchè ognuno ha i propri gusti. Non condivido, semplicemente.

Quali sono gli ingredienti a cui sei più affezionato?
Pomodori dell’agro, cipollotto nocerino e il parmigiano. L’ingrediente che mi provoca emozioni è l’uovo. Il profumo dell’uovo misto a farina mi riporta indietro nel tempo. Mi riporta a quando mia madre, quand’ ero piccolo, ogni santo giorno faceva dolci, pasta fresca e tanto altro. Mi piace.

Le figure digital spesso vivono di marketing e leggi di mercato, a volte per guadagnare, a volte per guadagnare consensi. Quanto c’è di genuino nelle tue scelte? 
Se mi viene chiesto di collaborare accetto solo nel caso in cui il prodotto soddisfi il mio palato e i miei gusti. Per esempio, tempo fa, una nota azienda di latticini ( quelli da supermercato per intenderci) mi chiese di creare piatti con la loro “mozzarella”. Ovviamente non accettai nonostante compensi e possibilità future. Io terrone convinto, nato in una terra in cui si producono mozzarelle famose in tutto il mondo, non avrei mai potuto associare la mia immagine a quel prodotto. Non pubblicizzo ciò che non mangerei così come non consiglio posti dove io non mangerei. Per questo la gente si fida di me. Poi ci sono anche persone che pur di guadagnare 20 euro direbbero che le pietre sono ottime ed assolutamente da mangiare, ma non è il mio caso.

Contaminazione pare sia la parola di questi anni, cosa pensi della cucina fusion? 
Bella. Mi piace un sacco e mi affascina un  sacco provare piatti con più di un paio di contaminazioni. A tal proposito ho creato un roll per un locale che fa cucina fusion nella mia città mettendo tipici ingredienti partenopei in veste giapponese. Uno sballo ed un bel modo di fare cucina se fatta bene e con criterio.

Cibo ed estetica. Instagram pullula di immagini di cibo, impiattamenti, piatti più belli delle pubblicità. Per mangiare bisogna prima guardare?
Quanto impieghi per la realizzazione di una foto fatta bene?
prima di mangiare personalmente oltre a guardare uso l’olfatto. Non mente mai. Un buon profumo è già una garanzia. Ovvio che però anche l’occhio vuole la sua parte quindi apprezzo anche chi fa impiattamenti strani… a patto che siano in linea con ciò che si va a mangiare. Se il piatto è bello ma gli ingredienti sono di scarsa qualità e cucinati male tutto ha poco senso.
Io che preferisco una comunicazione più reale possibile impiego davvero poco a scattare. Mi concentro sul piatto e basta senza guarnire e decorare tavoli con fiori, nastri ecc ecc. Ci metto poco anche per non far raffreddare i piatti… soprattutto i primi piatti.

Alessandro, 3 immagini rappresentative del mood della tua vita. 
Rocky Balboa, le polpette al sugo, Francesca.

 

Photo courtesy: Mia Di Domenico

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