Giorgia Faraoni, attrice di raffinata sensibilità e rigore espressivo, è tra le voci più promettenti del nuovo cinema italiano. Nata a Roncade, in provincia di Treviso, ha intrapreso il suo percorso artistico con determinazione e consapevolezza, trasformando la ricerca personale in forza creativa. Ogni sua interpretazione si distingue per intensità emotiva e profonda autenticità.
Hai raccontato che il tuo percorso è iniziato quasi per caso, con il canto e la fotografia, in un momento di cambiamento personale. Quando hai capito che quella che sembrava una distrazione era in realtà una strada da seguire?
Il mio è un percorso atipico: mi sono appassionata all’arte – e poi al cinema – facendolo, non da spettatrice. Tutto è iniziato quasi per caso, con il canto, poi la fotografia… e da lì si è canalizzato tutto verso il cinema.È sempre stata una ricerca profondamente personale e anche egoistica, se vogliamo: cercavo di conoscermi, di sfogarmi, di fortificarmi. Non mi interessava tanto il “campo” in sé, quanto l’esplorazione. Ho sperimentato il più possibile per capire quale linguaggio mi appartenesse davvero.In questa ricerca, è stato il cinema a trovare me. Non avevo mai avuto una passione per il cinema, anzi, ero completamente ignorante in materia. Ma mi sono sentita scelta. Una sensazione che non avevo mai provato prima. Qualcosa ha iniziato a muoversi dentro di me, e fin da subito ho ricevuto riscontri positivi.È successo tutto in modo così naturale e istintivo che ho capito, fin dal primo giorno di set, che era qualcosa di cui non avrei più potuto fare a meno. Ne avevo bisogno. Non ho pensato al futuro, alle difficoltà, al rischio. Mi ci sono buttata.Oggi sono più convinta che mai: è stata la scelta più coraggiosa e bella della mia vita. Ogni set mi dà ancora lo stesso entusiasmo del primo giorno – certo, con una consapevolezza diversa – ma senza mai perdere il senso del gioco.
Sei passata dalla fotografia al set, dal posare al recitare: due linguaggi visivi, ma profondamente diversi. Come cambia il tuo modo di abitare lo spazio davanti a un obiettivo fotografico rispetto a una macchina da presa?
Per me non c’è mai stata una vera differenza tra stare davanti a una macchina fotografica o a una da presa. Forse perché quel modo di esprimermi era già dentro di me, naturale.Non ho mai fatto campagne pubblicitarie o sfilate, non sono mai stata una “modella” nel senso classico del termine. Ogni scatto, per me, era un’occasione per essere qualcosa altro al di fuori di me, o forse una versione più profonda di me stessa se così la possiamo definire.Scattavo infatti principalmente editoriali proprio perché mi permettevano di far emergere il mio mondo interiore. Se riguardo oggi i miei primi servizi fotografici, ritrovo quella stessa malinconia e intensità che sento ancora quando recito.È come se quel linguaggio visivo fosse sempre stato mio, anche prima di sapere che si chiamava “recitare”.
Hai cominciato da autodidatta, senza scuole o accademie, e sei arrivata al tuo primo ruolo da protagonista in Andrà tutto bene di Alessio Gonnella. Quanto ti ha formato imparare facendo, senza rete? Ti ha dato più libertà o più insicurezza?
La libertà, per me, è fondamentale. Ho bisogno di giocare, di sorprendermi e di farmi sorprendere con i miei personaggi. Alla base c’è sempre uno studio profondo, certo, ma poi devo viverli, non posso costruirli a tavolino.Il mio modo di recitare infatti nasce principalmente dall’istinto. Se mi togli la libertà, non riesco a esprimermi. E allora fare questo mestiere, almeno per come lo intendo io, non avrebbe più senso.Oggi che la recitazione è diventata il mio lavoro, cerco comunque di affiancare letture tecniche, anche solo per colmare appunto quella insicurezza che può venire da un percorso da autodidatta. Mi serve per sentirmi più solida.Quest’anno, in particolare, ho lavorato tanto su me stessa: sul carattere, sulla disciplina, sull’autostima e sul prendermi cura di me. Secondo me, tutto questo fa almeno il 60% del lavoro di un attore. Il resto è talento e un pizzico di fortuna.E poi credo che la vera palestra sia la vita: osservare il mondo, restare connessi con gli altri, ma soprattutto restare visceralmente attaccati al proprio bambino interiore.
In L’origine del mondo interpreti una diciannovenne in cerca di redenzione, in un ruolo che ti ha richiesto trasformazione fisica e mentale. Quanto di Giorgia c’è in Eva? E quanto di Eva è rimasto in te
Eva è il personaggio a cui sono più legata e anche quello che mi ha insegnato di più. È piena di sfumature e contraddizioni, e per questo ho sentito il bisogno di lavorare profondamente sulla sua psicologia. Dovevo sapere esattamente cosa stesse pensando in ogni momento della storia. Il mio lavoro preparatorio è stato proprio questo: cercare risposte interiori per giustificare ogni sua scelta.Una volta che l’ho compresa davvero, la trasformazione fisica è arrivata da sé, in modo naturale. Non è stata una decisione razionale, è stato forse il mio corpo a seguire la mente.
C’è molto di me in Eva. Ho bisogno, in ogni personaggio che interpreto, di lasciare dentro qualcosa di mio, anche piccolo. Solo così riesco a sentirli vivi.
All’inizio l’ho protetta tanto: la sentivo fragile, impaurita, arrabbiata. Poi, nel finale, è lei che ha sorpreso me. Ho scoperto un’Eva forte, capace di liberarsi dal senso di colpa, di affrontare il dolore senza più scappare.
Eva è diventata donna… e con lei, in un certo senso, anch’io. Questo è ciò che mi ha lasciato.
In Mia di Ivano De Matteo e in altri lavori recenti affronti ruoli intensi, emotivamente spigolosi. Cosa succede al tuo mondo interiore quando interpreti un personaggio difficile? Riesci a staccare o ti porti qualcosa a casa?
Quando interpreto un personaggio “difficile”, il mio mondo interiore si muove tanto. È come se si aprisse una finestra su qualcosa che, nella vita di tutti i giorni, spesso si evita di guardare.
Ma in realtà ne sono felice. Sono grata che mi siano arrivati personaggi così intensi, così pieni di ombre e profondità. Può sembrare strano, ma sono loro ad aiutare me, più che io a sorreggere loro.
È come se, nel momento in cui li attraverso, il mio stesso turbamento interiore si calmasse. Alla fine delle riprese, quello che resta è sempre una strana forma di pace.
Ti affidi più all’istinto o alla tecnica quando affronti un ruolo? E come capisci che una scena ha “funzionato”?
Mi affido totalmente all’istinto. È il mio modo di lavorare. Studio tanto prima, mi preparo, ma poi quando arrivo sul set devo potermi lasciare andare, devo sentire che sto vivendo e non recitando.
Capisco che una scena ha funzionato quando, alla fine, mi sento svuotata. È una sensazione puramente fisica. E soprattuto quando non mi ricordo come l’ho fatta, li, se ho un piccolo blackout so che la stavo davvero vivendo. A volte lo capisci subito. Altre volte te ne accorgi solo dopo, guardandoti da fuori.
Molti dei tuoi personaggi vivono una frattura, una ricerca, un passaggio da attraversare. Ti riconosci in questo tipo di narrazione? È una coincidenza o una scelta consapevole?
Un po’ e un po’. All’inizio è stata una coincidenza. Avevo bisogno di imparare, di stare sul set, di “fare”, e quindi accettavo tutto. Non c’era ancora una vera linea nelle scelte, solo la voglia di mettermi alla prova.
Oggi, invece, è decisamente una scelta. Ho bisogno di innamorarmi di un personaggio, di sentire che può insegnarmi qualcosa, aiutarmi a conoscermi meglio, a crescere.
Il silenzio è spesso uno spazio importante nei tuoi ruoli, come Eva in ‘L’origine del mondo’. Che ruolo ha il silenzio nel tuo modo di recitare? Lo vivi come un’assenza o come una possibilità narrativa?
Per me il silenzio non è mai un’assenza, anzi. È spesso lo spazio più denso, quello dove succedono le cose più vere.
Quando un personaggio non parla, non significa che non sta comunicando. Il corpo, gli occhi, l’energia che ha addosso.
In ruoli come quello di Eva, il silenzio è stato fondamentale. Mi ha permesso di lavorare in profondità, di ascoltare di più, di lasciare che le emozioni emergessero senza forzarle.
Amo il silenzio perché è misterioso, ambiguo, fragile e sensuale. È lì che, secondo me, si rivela davvero un personaggio.
Se potessi scrivere tu una storia da interpretare, che tipo di personaggio metteresti al centro? Che donna ti piacerebbe portare sullo schermo, oggi?
In realtà sto già scrivendo un film insieme a una mia amica. È una storia al femminile che parla di manipolazione, di ambizione e di limiti morali.
Raccontiamo di due ragazze disposte a tutto pur di guadagnarsi un posto. Inseguono il potere e l’approvazione — anche a costo di sacrificare l’etica. Ci interessava esplorare fin dove possono spingersi, e cosa succede quando il confine tra giusto e sbagliato diventa sfocato.
Il mio personaggio è un po’ un “villain”, anche se questo lato oscuro si svela solo alla fine. E proprio questo è ciò che mi affascina: interpretare figure complesse, piene di sfumature, di contraddizioni.
Mi interessano le storie in cui non c’è una verità netta, ma un continuo gioco tra luce e ombra. È lì che, secondo me, si trovano i personaggi più veri.
In Andrà tutto bene il lockdown diventa metafora di una chiusura interiore, una difficoltà generazionale a crescere, cambiare, stare da soli. Ti sei mai sentita dentro una tua “quarantena emotiva”? E quanto quel film ha toccato parti vere di te?
La cosa assurda è che io dico sempre che il lockdown mi ha salvata.
Prima ancora della pandemia, io ero già in una mia quarantena emotiva. Vivevo con l’ansia costante del tempo che scorreva, con la sensazione di essere sempre in ritardo, di non fare mai abbastanza. Poi è arrivata questa pausa forzata, che per me è stata una benedizione: per la prima volta ho sentito che eravamo tutti uguali, che non c’era più pressione, solo tempo per ascoltarsi, riflettere, fare ciò che ci fa stare bene.
Io quel tempo l’ho usato al meglio. Mi sono amata, mi sono ascoltata, mi sono perdonata. E da lì è cominciato tutto: il mio percorso da attrice è nato proprio in quel momento di riconnessione profonda con me stessa.
Credo che siamo fatti di energia, e che le cose inizino a muoversi solo quando siamo in armonia con ciò che siamo davvero.
Andrà tutto bene racconta proprio questo: la fragilità, la chiusura, ma anche la speranza. È un film dolceamaro, ma profondamente umano. È stato il mio primo film, quindi lo porterò sempre nel cuore. E sono felicissima che, dopo tre anni, stia finalmente per uscire su Amazon.
Fotografo Martin Gatti
Styling Alex Sinato









