Sei arrivata a questo momento della tua carriera più per istinto o per resistenza?
Direi decisamente per istinto. Lo stesso che però mi ha insegnato a coltivare la pazienza. All’inizio è l’entusiasmo a guidarti, a farti accettare tutte le sfide, ma col tempo ho capito che la resistenza, intesa come capacità di aspettare o semplicemente di stare anche quando le cose non vanno come speravi, è ciò che ti permette di costruire una carriera duratura.
Guardandoti indietro, qual è stata la scelta che ti ha cambiato davvero, anche se all’inizio non sembrava quella giusta?
Forse proprio la decisione di prendermi dei tempi miei, di non essere sempre presente, sempre “sul pezzo” a ogni costo. Chi si ferma non è perduto, ho capito, ma ha solo realizzato che le pause servono a ricaricarsi e ad arricchirsi. Per me sono state fondamentali per tornare ogni volta sul set con una nuova consapevolezza e un nuovo entusiasmo.
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In Benvenuti in campagna Ilaria cerca una via di fuga da una vita che non la rappresenta più. Ti è mai successo di sentirti fuori posto nella tua stessa vita?
Chi non l’ha mai provato?
Ma io ho la fortuna di fare un lavoro che mi permette di vivere tante vite in qualche modo, e spesso è stato per me anche un modo per staccare dalla frenesia del quotidiano, nutrirmi di cose nuove e godere di emozioni, luoghi, persone diverse da quelle che vivo normalmente.
Il film racconta una felicità immaginata che poi si scontra con la realtà. Secondo te oggi siamo più innamorati delle idee o delle esperienze vere?
Siamo innamorati delle idee, delle proiezioni che ci creiamo nella nostra testa. Il film, in modo ironico, ci insegna proprio questo: l’idea bucolica della campagna si scontra con la realtà faticosa, eppure è proprio nel caos della realtà, nel fare i conti con l’imprevisto, che si trova la felicità autentica. L’importante è tentare, provarci, non è per forza il risultato vittorioso a renderci felici ma il percorso che si fa per raggiungerlo. Vivere l’esperienza e imparare da essa.
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Essere madre e attrice oggi è più una questione di equilibrio o di compromessi continui?
È un gioco di incastri che non si ferma mai. Io ho la fortuna di avere accanto un uomo che mi sostiene ed è un ottimo alleato e un bravissimo papà. Non parlerei di compromessi nel senso negativo, quanto piuttosto di un continuo ricalcolo, che per me è diventato un bellissimo equilibrio. In ogni caso quando torno a casa dai miei figli, tutto il resto, anche il set più impegnativo, assume una dimensione diversa, più piccola e gestibile.
C’è qualcosa che oggi non accetteresti più in un progetto, anche se perfetto sulla carta?
Non accetterei più di perdere il piacere della scoperta. Se un progetto, per quanto ben scritto, mi sembra senza cuore o una possibilità di crescita, di affrontare qualcosa di nuovo preferisco dire di no. Cerco storie che abbiano qualcosa da dire, o un modo nuovo di raccontare l’essere umano.
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Nel tuo lavoro quanto spazio lasci al controllo e quanto invece all’errore, all’imprevisto?
Sul set mi piace arrivarci preparatissima per poi avere la libertà di buttare tutto via quando la macchina da presa parte. L’imprevisto, una battuta sbagliata, una penna che non scrive, un inciampo, quel momento di verità non pianificato, è spesso dove risiede la magia di una scena.
Se questo film fosse un momento della tua vita, non un ruolo, che fase rappresenterebbe?
Forse rappresenterebbe una prima fase di maturità, quella in cui smetti di cercare la perfezione, “il posto ideale” in senso astratto e inizi ad apprezzare la bellezza, anche caotica e faticosa, di dove sei in quel preciso momento.




