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Hai raccontato che il tuo percorso nel mondo della recitazione è iniziato quasi per caso, da un volantino e da una prova teatrale a 13 anni: cosa ti ha spinto a buttarti in questo mondo, a “dire sì”?
Sì, tutto è iniziato con un volantino che mia madre portò a casa un giorno dal supermercato. Da lì ho deciso di provare alcune lezioni di teatro e, fin da subito, ho avvertito una sensazione particolare allo stomaco, come le “farfalle” che si provano quando ci si innamora. Già alla seconda lezione ho capito che quello era qualcosa che avrei voluto fare nella vita. Era un mondo completamente nuovo per me, ma la vibrazione che percepivo e lo scambio di energia tra noi attori e con il pubblico erano indescrivibili. Da quel momento la recitazione mi ha accompagnato in ogni fase della mia crescita personale. La possibilità di sentirmi vivo, a volte persino più che nella vita quotidiana, è stata la ragione principale che mi ha spinto a dire “sì” a questo percorso tanto complesso quanto affascinante. Lo definisco uno stile di vita perché non lo considero semplicemente un mestiere, ma un modo diverso di osservare e vivere il mondo che mi circonda.

Prima del teatro, il calcio, un immaginario molto diverso. Cosa hai perso e cosa hai guadagnato passando da un mondo così fisico a uno così emotivo?
Stiamo parlando, apparentemente, di due realtà molto diverse, ma che in realtà condividono diversi punti di contatto. Nel calcio, ad esempio, l’importanza di uno spogliatoio unito e coeso è paragonabile al legame che si crea a teatro o su un set con i propri colleghi. Anche la consapevolezza dello spazio, sapere sempre dove si trova l’altro in scena l’ho spesso associato alle posizioni in campo. Allo stesso modo, l’adrenalina di una partita è molto simile a quella che si prova prima di andare in scena, di affrontare un set o un evento artistico. Ciò che cambia, ovviamente, è la componente fisica, che nello sport agonistico è predominante, mentre nella recitazione, pur restando importante, lascia più spazio alla dimensione emotiva. Nell’arte, infatti, è fondamentale la capacità di emozionare ed emozionarsi. Che questo avvenga davanti alla macchina da presa o su un palcoscenico, per me fa poca differenza, ciò che conta davvero è la possibilità di lasciare un segno, ed è forse questa la cosa più preziosa che ho acquisito scegliendo questo percorso.

 

 

Total look Tommy Hilfigher
Shoes Hogan

Il tuo primo vero turning point è stato il film “Rossosperanza”, diretto da Annarita Zambrano. Quando un sogno smette di essere tale e diventa lavoro, cambia anche il modo in cui ti guardi?
Hai usato il termine giusto, ho sempre considerato “Rossosperanza” il mio vero “turning point” perché è stata la mia prima esperienza su un set di alto livello e da quel momento ho iniziato a vedermi non più come un ragazzo che inseguiva un sogno, ma come un giovane attore. Il lavoro, infatti, ti permette di crescere sotto molti aspetti, acquisisci esperienza, autostima e fiducia nei tuoi mezzi, spingendoti quindi ad alzare l’asticella, sia con te stesso, personalmente divento sempre più esigente, sia con i tuoi sogni che poco alla volta iniziano a trasformarsi in obiettivi concreti. Cambia inevitabilmente il modo in cui ti percepisci e il modo in cui vivi questo mestiere. Allo stesso tempo, però, credo sia fondamentale non perdere mai il contatto con la spinta iniziale, con quella sensazione di sogno che ha dato origine a tutto, soprattutto quando si iniziano a raggiungere traguardi importanti.

 

Come hai affrontato il passaggio dal teatro al cinema, seguito dall’approdo finale sul piccolo schermo? Come si è evoluto il tuo stile recitativo in queste diverse fasi?
Ho vissuto questo passaggio nei primi anni di accademia a Roma e non è stato semplice. Arrivavo da sei anni di teatro e trovandomi in un’accademia cinematografica, ho dovuto in qualche modo destrutturarmi completamente. Ho avuto però la fortuna di incontrare insegnanti straordinari che mi hanno accompagnato e guidato in questo percorso. Credo che la recitazione, sia nel cinema che a teatro, condivida le stesse fondamenta, soprattutto sul piano emotivo; ciò che cambia davvero è la tecnica. In teatro, ad esempio, è fondamentale saper portare la voce, perché deve raggiungere anche lo spettatore più lontano in sala. Nel cinema, invece, un uso così importante della voce in primis romperebbe i timpani del fonico sul set e poi risulterebbe innaturale. Con l’utilizzo della macchina da presa, tendenzialmente è tutto più misurato. Anche il corpo segue questa differenza, infatti, a teatro la gestualità è più ampia, mentre davanti alla macchina da presa tutto si fa più intimo e quotidiano. Grazie ai diversi piani, infatti, il cinema riesce a cogliere anche le più piccole sfumature ed è proprio questa capacità di dare forza e intensità anche ai dettagli più impercettibili una delle caratteristiche che amo di più del cinema e della televisione.

 

Total look Pence 1979

Come hai vissuto l’ingresso in un cast già formato e molto amato dal pubblico, come quello di “Che Dio Ci Aiuti”?
“Che Dio ci aiuti” è stata un’esperienza molto bella e formativa. Ciò che mi ha colpito di più è stata l’efficienza di una macchina produttiva così grande, estremamente organizzata. Apprezzo molto anche il ritmo della televisione, i tempi sono decisamente più serrati rispetto al cinema e questo richiede, anche a noi attori, di essere immediatamente efficaci, di dare qualcosa in più fin da subito per arrivare allo spettatore. Pur essendo stata per me un’esperienza breve, ho avuto l’opportunità di lavorare accanto a grandi professionisti e questo è sempre un valore aggiunto. Nel nostro mestiere è fondamentale “rubare”, in senso positivo, da chi ha più esperienza, osservare, assorbire e imparare il più possibile.

Oltre alla recitazione, studi editoria e scrittura: è un modo per avere un “piano B” o per costruire una identità più complessa?
La scelta di Editoria e Scrittura è frutto del puro piacere del sapere, dell’amore che ho nei confronti dello studio. Mi affascinano gli argomenti che tratta questo corso di studi ma direi una bugia se lo considerassi ad oggi un piano B; questo vale sia con Editoria e Scrittura, sia con l’essere un piccolo imprenditore. Per me esiste solo un piano che è quello della recitazione e voglio rimanere focalizzato su questo stile di vita, tutto il resto sicuramente può arricchirmi a livello culturale ed umano.

Total look Pence 1979

Total look Sandro Paris

Raccontaci un po’ di più sul personaggio di Alberto in “Notte prima degli esami 3.0”. Quanto di Aleandro c’è in Alberto e quanto invece le due personalità si discostano?

“Notte Prima degli Esami 3.0” è stato, prima di tutto, un viaggio straordinario condiviso con grandi professionisti e persone splendide; a partire dal regista Tommaso Renzoni, per poi passare a Fausto Brizzi, fino a tutto il cast e alle maestranze coinvolte nel progetto. Sul set si respirava un clima ideale che ci ha permesso di lavorare con serenità e allo stesso tempo di divertirci molto. Per me questo film ha anche un valore speciale avendo io partecipato alla fase dei casting come “spalla”; mi sento particolarmente legato al progetto, ma soprattutto al “mio” Alberto. Non uso il termine “mio” a caso, perché nel personaggio ritrovo diversi tratti che mi appartengono. Alberto vive una relazione poliamorosa con due ragazze molto diverse tra loro e questa sua continua ricerca di equilibrio, questo prendersi cura degli altri, richiama il mio modo di preoccuparmi per il benessere delle persone a cui tengo. La differenza, però, sta nel fatto che Alberto a un certo punto finisce per farsi sopraffare da questa dinamica, arrivando quasi ad annullarsi. Io credo invece che sia fondamentale donarsi agli altri, ma senza mai perdere di vista se stessi.

 

“Notte prima degli esami” è un franchise generazionale, che racconta le gioie e i dolori del passaggio dalla fase adolescenziale all’età adulta. Cosa ricordi della tua notte prima degli esami?
La mia notte prima degli esami l’ho vissuta piuttosto male. Dopo aver studiato al meglio delle mie possibilità, il mio unico pensiero era quello di preparare dei bigliettini con le formule di matematica che non riuscivo a memorizzare. Ormai posso confessare questa cosa tanto il diploma e una laurea li ho presi! Credo che l’esame di maturità rappresenti la prima grande prova per tutti, un vero e proprio passaggio simbolico. Solo col tempo, però, ci si rende conto che forse non è un confine così decisivo come lo si vive in quel momento e che spesso sono le ansie e le aspettative che ci costruiamo a renderlo più pesante di quanto non lo sia davvero. Questo non significa che non vada preso sul serio, ma piuttosto che andrebbe affrontato con la giusta dose di leggerezza, per quanto possibile. In questo senso, anche in “Notte Prima degli Esami 3.0” c’è l’intento di restituire proprio questa leggerezza che oggi assume un valore ancora più importante in una società che tende ad alimentare ansia, fretta e aspettative nelle nuove generazioni.

Total look Manuel Ritz

Guardando avanti, che tipo di attore vuoi essere e a quali progetti vorresti avvicinarti?
Guardando al futuro, il mio desiderio è quello di diventare un attore sempre più preparato, capace di affrontare qualsiasi sfida professionale. Amo profondamente il cinema italiano, ma allo stesso tempo sono molto attratto dall’idea di confrontarmi con progetti internazionali, proprio per questo, nell’ultimo periodo sto lavorando anche sul perfezionamento di alcune lingue, in particolare inglese e spagnolo, che considero fondamentali per ampliare le possibilità di crescita e lavorative. Inoltre, fino ad oggi ho interpretato personaggi abbastanza vicini al mio modo di essere, ma in futuro mi piacerebbe molto avere l’opportunità di cimentarmi con ruoli anche molto lontani da me, che mi mettano realmente alla prova indagando parti di me nascoste.

In ogni caso, qualunque sia il progetto, il mio obiettivo resta lo stesso, ovvero, divertirmi, perché, pur affrontandola con serietà, la recitazione rimane per me un grande gioco.

ph. Valentina Ciampaglia

Anna Quirino

Anna Quirino

Nata a Bari, vive a Milano. Giornalista e copywriter laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, con un master in Fashion Management. Creativa, determinata e anticonformista. Collabora con svariate testate fashion & lifestyle e lavora come Copywriter per aziende fashion & beauty.