Cantautrice dalla sensibilità internazionale, Cate Lumina costruisce la sua musica tra culture, lingue ed emozioni che attraversano confini geografici e personali. Le sue canzoni raccontano identità in movimento, appartenenza e trasformazione, con uno stile intimo e autentico. In questa conversazione ci parla del suo percorso artistico, delle influenze che l’hanno formata e di quel delicato equilibrio tra radici e libertà che caratterizza il suo lavoro.
Sei cresciuta tra Bergamo e Minorca, tra Italia e Spagna: c’è un luogo che senti davvero casa o ti senti più appartenere al viaggio che a una destinazione?
Direi entrambe le cose. Sono nata a Bergamo, ma mi sono trasferita in Spagna quando avevo solo due anni e sono cresciuta tra Minorca e Madrid. Nel corso della mia vita ho avuto anche la fortuna di vivere in città molto diverse tra loro, come Londra e Los Angeles. Per questo, a volte, mi è capitato di non sentirmi completamente radicata in un unico luogo. Con il tempo, però, ho capito che per me casa non è solo una questione geografica, ma soprattutto una sensazione. Oggi quella sensazione l’associo a Minorca: è lì che vivono i miei genitori, dove c’è la mia famiglia e dove torno ogni volta che ho bisogno di ritrovare un po’ di pace. Quando dico “questo weekend torno a casa”, intendo sempre lì. Allo stesso tempo, viaggiare è diventato una parte fondamentale della mia identità. Crescere tra culture diverse mi ha insegnato ad adattarmi e ad osservare molto. Credo che ogni città in cui ho vissuto mi abbia lasciato qualcosa. Oggi porto con me un pezzo di tutti quei luoghi e, forse proprio per questo, mi sento appartenere tanto a una destinazione quanto al percorso che mi ha portata fin qui.
Nel tuo EP Catalina convivono due lingue, due culture e due versioni di te. Qual è la parte di Caterina che Cate Lumina non riesce ancora a raccontare nelle sue canzoni?Caterina è fatta di tante sfumature. Ed è anche fragile. In “Catalina” ho raccontato alcune mie vulnerabilità, come la difficoltà di essere lontana da casa, però ci sono ancora altre ferite più profonde o lati di me un po’ più nascosti che a volte faccio fatica anch’io a guardare e a mostrare agli altri. È una cosa su cui sto lavorando. Per me scrivere è un po’ come un percorso di terapia: aiuta a capire, a dare forma a quello che senti e, in parte, anche a guarire. Il mio obiettivo è raccontarmi al pubblico al 100%, perché credo che ogni canzone aiuti a capire un po’ di più chi sono. In “Catalina” mi sento di aver iniziato questo percorso e nei prossimi progetti musicali ho intenzione di raccontare sempre qualcosa in più di me.
Hai studiato Relazioni Internazionali e Comunicazione prima di dedicarti completamente alla musica: cosa ti ha insegnato quel percorso che oggi porti sul palco?
Studiare Relazioni Internazionali e Comunicazione mi ha aiutata a guardare il mondo con occhi diversi. Approfondire le culture con cui conviviamo, le loro storie e il loro passato mi ha resa più consapevole del presente e delle dinamiche che lo attraversano. Con il tempo ho capito che quello che conta davvero è l’umanità, quindi le persone. Questa è una cosa che porto anche nella musica: voglio essere vera, comunicare qualcosa di autentico e creare connessioni reali con le persone perché la musica dovrebbe unire.
Molte delle tue canzoni parlano di partenze, ritorni e distanza. Pensi che la nostalgia sia più una ferita o una forma di bellezza?
Sono sempre stata molto nostalgica e, quando ero più piccola, lo vedevo quasi come un difetto, qualcosa su cui dovevo lavorare o correggermi. Poi ho capito che invece è semplicemente una parte di me. E non solo: può essere anche una forma di bellezza. Ho imparato a conviverci con questa nostalgia e, ormai, siamo anche abbastanza amiche, ahahah.
Dopo l’esperienza ad Amici, qual è stata la scoperta più sorprendente su te stessa, lontano dalle telecamere?
Dopo Amici ho scoperto che sono molto più sensibile di quanto pensassi. Venivo da un periodo in cui facevo fatica a esternare le mie emozioni, infatti non piangevo da tanto prima di entrare. Lì dentro ho capito che lasciare andare fa bene, che non sempre bisogna trattenere tutto. Mi sono resa conto che sento le cose molto profondamente, ma anche che questa sensibilità è una parte importante di me e della mia musica.
Se potessi far ascoltare una sola tua canzone alla Cate bambina che cantava da sola nella sua stanza, quale sceglieresti e cosa vorresti che pensasse ascoltandola?
Probabilmente le farei ascoltare “Vuelve”, perché è quella che racconta al meglio cosa significa allontanarsi da casa per inseguire un sogno. Vorrei che la Cate bambina pensasse che ci vuole coraggio, sì, ma che è possibile diventare la persona e l’artista che vuole essere, anche se non è una strada facile. Vorrei che capisse che deve continuare a fare ciò che la rende felice, senza farsi fermare dai dubbi o dai giudizi degli altri.
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