Photographer: Guido Stazzoni
Fashion Stylist: Vanessa Bozzacchi e Sara Castelli Gattinara
Fashion Styling Assistant: Ginevra Cipolloni
Da Genny Savastano, il personaggio che lo ha reso celebre in “Gomorra – La serie”, ai set internazionali condivisi con alcuni dei più importanti nomi del cinema mondiale, Salvatore Esposito ha costruito negli anni una carriera che va ben oltre il ruolo che lo ha consacrato al grande pubblico. Attore, autore e produttore, oggi continua a esplorare nuovi linguaggi, scegliendo percorsi lontani dagli stereotipi. Tra i suoi lavori più recenti c’è “Avemmaria”, il coming of age movie che segna il debutto alla regia cinematografica di Fortunato Cerlino e in cui interpreta il protagonista Felice da adulto, con il quale conferma la sua volontà di mettersi costantemente alla prova. Esposito ripercorre le scelte che hanno scandito il suo cammino, riflette sul mestiere attoriale, racconta il rapporto con la scrittura e guarda al futuro con l’ambizione di contribuire al rilancio del thriller italiano.
Total look: Pence 1979
Guardando il ragazzo che lavorava in un fast food e sognava il cinema, qual è stata la scelta meno visibile ma più determinante che ti ha portato dove sei oggi?
«Sicuramente scegliere quale vita volevo da quel momento in poi. A 24 anni ho deciso di trasferirmi a Roma e di iniziare a studiare recitazione. Ho potuto farlo grazie alla stabilità economica che ero riuscito a costruire nei sei anni in cui ho lavorato al McDonald’s, ma anche grazie ai miei genitori e a mia sorella, che mi hanno sostenuto nonostante le difficoltà. Quella è stata senza dubbio la scelta migliore che potessi fare».
Dopo aver interpretato personaggi molto forti e iconici, come il boss Genny Savastano in “Gomorra – La serie”, hai mai avuto paura che il pubblico vedesse soltanto una parte di te? Come hai lavorato per rompere quella percezione?
«No, non ho mai avuto questa paura. Anzi, sarò sempre grato a chi ha deciso di affidarmi il ruolo di Genny Savastano, perché mi ha dato una riconoscibilità internazionale che, in Italia, è merce rara. Questo mi ha permesso di lavorare su set internazionali accanto a premi Oscar ed è per me un grande motivo di orgoglio. Ho semplicemente continuato a fare il mio lavoro, compiendo le scelte che ritenevo più giuste affinché la mia carriera prendesse la direzione che desideravo. Detto questo, lo ribadisco sempre: per quanto riguarda il grande schermo italiano, mi sento ancora poco valorizzato. Credo di poter dare molto di più e spero di avere presto l’occasione per dimostrarlo».
Nei tuoi progetti più recenti, da “Piedone” a “Maserati: The Brothers”, fino ad “Avemmaria” di Fortunato Cerlino, sembra emergere un interesse crescente per personaggi complessi ma lontani dagli stereotipi. È una scelta artistica consapevole?
«Assolutamente sì. Scelgo in piena autonomia i progetti a cui partecipare. A volte li creo, li scrivo o collaboro alla loro scrittura. Altre volte, dico semplicemente di no. Ciò mi permette di disegnare il mio percorso. Parto sempre da un principio fondamentale: capire, leggendo una sceneggiatura o un soggetto, che cosa posso dare al personaggio e, attraverso di lui, alla pellicola o alla serie. Se penso di poter offrire un valore aggiunto, allora sono portato ad accettarlo. Se, invece, non vedo i presupposti, né da parte mia né del progetto stesso, preferisco lasciar perdere».
Hai costruito una carriera che oggi si muove tra Napoli, Roma, Hollywood e produzioni internazionali. Cosa ti porti dietro delle tue origini quando lavori in contesti così diversi?
«Mi porto dietro tutto ciò che appartiene alle mie radici. Penso, e spero, di essere rimasto sempre la stessa persona. I risultati ottenuti nei progetti citati mi confermano che questa è la strada giusta e continuerò a lavorare per restare fedele a me stesso, cercando di dare vita ai personaggi e alle storie che desidero raccontare».
Total look: Pence 1979
Se dovessi individuare un momento preciso in cui hai smesso di sentirti un “attore emergente” e hai iniziato a percepirti come un professionista affermato, quale sarebbe?
«Può sembrare banale, ma per me non c’è stato un momento preciso. È chiaro che, oggi, posso dire di essermi affermato, perché riesco a vivere del mio mestiere. Allo stesso tempo, però, ci sono tantissimi attori che lavorano da anni a teatro, o in altri ambiti, e che sono professionisti a tutti gli effetti. La definizione di “attore emergente” non so nemmeno da dove provenga. Per me o si è attori oppure non lo si è».
Oltre all’attore c’è lo scrittore. Quanto la scrittura ti permette di esplorare aspetti della realtà, e di te stesso, che il grande schermo non riesce a contenere?
«Tantissimo. La scrittura è stata una scoperta. Ho sempre avuto idee e progetti che speravo potessero trasformarsi in qualcosa di concreto. Grazie a Sperling & Kupfer ho avuto l’opportunità di farlo con Lo sciamano e con la trilogia delle streghe. Scrivere mi regala una libertà assoluta: posso esplorare, viaggiare con la fantasia e raccontare le storie che un giorno vorrei vedere anche sul grande schermo. Mi auguro che mi venga data questa possibilità, perché rappresenterebbe davvero la chiusura di un cerchio».
Nel corso degli anni hai incontrato registi, produttori e colleghi provenienti da culture differenti. Qual è la lezione professionale più preziosa che hai imparato fuori dall’Italia?
«Per me è stato fondamentale lavorare con interpreti del calibro di Anthony Hopkins e Al Pacino, perché ho avuto la conferma che, per essere un grande attore, prima di tutto bisogna essere una brava persona. Ho avuto la fortuna di condividere il set con due straordinari professionisti e ho cercato di imparare il più possibile da loro. Ciò che mi ha colpito maggiormente sono stati la professionalità e il rispetto con cui si rapportavano alla troupe, agli addetti ai lavori e agli altri attori. È una lezione che mi ha fatto crescere sia come artista sia come uomo».
Total look: Fay
Molti giovani ti considerano un esempio di riscatto personale. Quale consiglio non convenzionale daresti a chi sogna una carriera attoriale ma si sente fuori posto nel proprio contesto?
«In realtà non mi sento un esempio di riscatto, perché provengo da una famiglia normalissima e sono cresciuto in un contesto assolutamente normale. Certo, come tanti ragazzi vengo dalla periferia, dove convivono realtà molto diverse, ma ho sempre avuto un sogno e ho cercato di realizzarlo con tutte le mie forze. Se dovessi dare un consiglio, lo stesso che ho espresso nel mio primo libro Non volevo diventare un boss, direi di non smettere mai di sognare e di credere nel proprio obiettivo. È questa la forza più grande, quella che permette di allontanarsi dal male e da tutto ciò che può distrarti. Quando hai chiaro il traguardo, tutto ciò che rappresenta un ostacolo diventa qualcosa di cui puoi tranquillamente fare a meno».
Pensando ai progetti che hai in cantiere, c’è un ruolo o un genere che il pubblico non si aspetterebbe mai da Salvatore Esposito e che, invece, ti piacerebbe affrontare?
«Come dicevo prima, Lo sciamano nasce da un soggetto cinematografico. L’idea iniziale era quella di sviluppare direttamente un film, ma con l’uscita del romanzo e poi della trilogia quell’obiettivo si è rafforzato ancora di più. Vorrei contribuire a portare il thriller italiano ai livelli internazionali che merita e realizzare delle opere filmiche tratte dalla mia trilogia, perché sono convinto possano ridare slancio a un genere che, dal mio punto di vista, in Italia è stato troppo trascurato».
Nel futuro cosa ti piacerebbe che restasse del tuo percorso: i personaggi interpretati, i progetti creati, i libri scritti o l’impatto umano lasciato nelle persone che hai incontrato?
«Sicuramente l’ultima. I film, i personaggi e le storie passano, ciò che resta davvero è il ricordo della persona che sei stato. Mi piacerebbe che chi ha collaborato con me, o ha avuto modo di conoscermi, possa ricordarmi come una brava persona. Inoltre, mi auguro che sempre più colleghi mettano al primo posto la gentilezza, il rispetto e la correttezza nei confronti degli altri, poiché credo che sia l’unica strada per lasciare ai nostri figli un mondo migliore».
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