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Attrice di cinema, televisione e teatro, Marina Occhionero appartiene a una generazione di interpreti che affronta ogni ruolo con profondità, curiosità e rigore. Il suo percorso artistico si è sviluppato tra set internazionali, produzioni italiane e una costante ricerca personale che arricchisce ogni personaggio. In questa intervista ci racconta il mestiere dell’attrice oggi, il rapporto con l’identità e il valore delle storie che scegliamo di raccontare.

Hai lavorato tra cinema, serie TV e teatro: quale linguaggio ti mette più in discussione e quale ti fa sentire più libera?
Ho cominciato a recitare in teatro, ed è quindi con questo linguaggio che mi sono formata. Il contatto diretto con il pubblico e la sensazione di iniziare ogni sera lo spettacolo sapendo che ogni sera sarà diverso, mi restituiscono un grande senso di libertà. Il set mi spaventava agli inizi perché tecnicamente richiede un metodo e una precisione nella ripetizione che non avevo. Sto costruendo nel tempo il mio rapporto con la macchina da presa e questo lavoro di ricerca mi affascina molto.

 

Nei personaggi che interpreti si percepisce spesso una ricerca di indipendenza e identità. Quanto di Marina finisce inevitabilmente dentro ogni ruolo?
Credo che lo studio dei personaggi si vada necessariamente a intrecciare con i momenti della vita che stiamo attraversando e spesso (anche inconsapevolmente) un pezzetto di noi va a nutrire la costruzione di quel personaggio.

Hai studiato e lavorato tra Roma, Parigi e Berlino: c’è un insegnamento ricevuto lontano dall’Italia che porti ancora con te ogni volta che entri su un set?
Nella scuola che ho frequentato a Parigi c’era un insegnante che ha tenuto la prima lezione di recitazione dell’anno parlando solo dei camerini; a suo dire tutto il lavoro di un interprete partiva proprio da lì e il riguardo verso questo spazio era un punto di partenza importante. Da allora cerco di averne sempre molta cura e provo a renderlo un luogo che mi appartiene per iniziare bene a lavorare.

Se dovessi scegliere un momento della tua carriera in cui hai capito davvero di essere diventata attrice, quale sarebbe?
La prima volta che ho incontrato un pubblico di ragazzi delle scuole dopo una replica di uno dei primi spettacoli che ho fatto. Il modo in cui mi guardavano e il fatto di essere chiamata a rispondere alla loro curiosità su ciò che avevano appena visto  mi ha reso consapevole del fatto che la recitazione era diventata il mio lavoro.

In un mondo che ci chiede continuamente di definirci, tu preferisci sentirti più interprete, osservatrice o narratrice?
Nonostante il mio mestiere preveda un’esposizione io per inclinazione prediligo il ruolo di osservatrice.

 

Se potessi incontrare la Marina ventenne appena arrivata a Roma con il sogno della recitazione, quale consiglio le daresti e quale invece le lasceresti scoprire da sola?
Le consiglierei di non avere paura di esporsi, di esprimere i suoi pensieri e le sue idee e poi di dormire un po’ di più la notte! Le lascerei scoprire tutto il resto.

Photo: courtesy of press office
Ph: Erica Fava

Publicist: Giuseppe Corallo
Agecy: Otto Talent Agency

 

Eva Bernard

Eva Bernard

Art Director