Antonietta Caracciuolo

Herth: la lingerie sostenibile

Che ad Antonietta Caracciuolo piacciano le sfide è evidente, basta guardare HERTH, il suo progetto di luxury silkwear con cui, insieme ad un team di preziosissimi e selezionatissimi artigiani, sta ridando nuova linfa al Made in Italy. Con un background da sempre legato al mondo della moda e del lusso, questa designer di 41 anni da poco più di un anno si è lanciata con il proprio marchio di lingerie etica HERTH, che fonde l’essenza della femminilità ed inclusività con un’attenzione inedita alla sostenibilità. Il risultato non poteva che confermarsi un’eccellenza estetica.

Innanzitutto complimenti, la qualità altissima dei prodotti è davvero evidente. Da dove è nata l’idea di creare il tuo brand e qual è l’origine del nome HERTH?

Grazie, questo mi riempie di gioia. Herth nasce dalla voglia di regalare alle donne un brand di silkwear che fosse autenticamente skin-friendly e inclusivo, quindi un brand capace di esaltare e valorizzare ogni tipo di fisicità. Il nome nasce dall’unione del pronome femminile inglese “HER” con la parola “EARTH”, terra. Con Herth vogliamo celebrare tutti i giorni il lato cool della sostenibilità, offrendo un prodotto che mette al primo posto il rispetto per la natura e la società, ma senza rinunciare all’estetica e al design.

Il tuo background è da sempre legato al mondo della moda, fin dalla formazione all’Istituto Marangoni e al trasferimento a Milano nel 2007, ma fino al lancio di Herth il tuo è stato più un lavoro svolto dietro le quinte. Cosa ti ha spinta a cimentarti in questa nuova impresa e a metterti in gioco in prima persona?

Devo dire che la moda mi ha sempre appassionata sin da piccola e il lavoro svolto negli anni in questo settore è stato formativo e fondamentale. Tutto ciò mi ha permesso di sviluppare moltissime competenze e di acquisire tanta esperienza e consapevolezza. A dire la verità ad un certo punto è stato naturale pensare di creare qualcosa di mio mettendomi in gioco in prima persona, qualcosa che rispecchiasse al 100% la mia visione. È stato un processo naturale nato da una forte consapevolezza e anche da un desiderio di voler cambiare le cose in un settore che ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Avendo vissuto, visto e toccato con mano moltissime cose in questi anni, partire con un progetto che rispecchiasse a pieno quelli che sono i valori in cui credo è venuto molto naturale, senza forzature. Si dice che i risultati migliori vengano così.

Leggendo il Manifesto di HERTH, così come lo hai definito, si evince come la sostenibilità, la produzione etica e un’attenzione autentica all’inclusività siano i pilastri fondamentali su cui si fonda il brand. Ci vuoi raccontare in cosa consiste il tuo approccio alla produzione sostenibile ed etica nell’ambito del Made in Italy?

Tutto parte dal fatto che crediamo in un consumo responsabile, quindi proponiamo dei capi che sono di altissima qualità, senza tempo e che rispettano persone e ambiente in tutte le fasi del processo creativo e produttivo. Nel nostro caso il punto di partenza è sempre la materia prima, che è la seta biologica certificata GOTS, la quale è alla base di ogni nostra creazione. Abbiamo scelto questa seta in particolare perché proviene da fonti rinnovabili, è biodegradabile, cruelty free e viene prodotta senza spreco di acqua ed energia, oltre ad essere rispettosa della pelle. Proprio quest’ultimo è un valore aggiunto importantissimo, soprattutto se si pensa che il nostro corpo assorbe il 65% delle sostanze con cui lo mettiamo a contatto. Quello che noi facciamo è promettere alle nostre clienti affidabilità e trasparenza, dando la possibilità alle consumatrici di poter verificare la nostra filiera, attraverso dei QR Code che sono riportati sulle etichette di ogni capo, che è 100% made in Italy. Da qui è possibile quindi consultare tutti i nostri fornitori, le nostre certificazioni e le caratteristiche dei materiali, coinvolgendo le nostre clienti in una sorta di dietro le quinte della produzione che si traduce poi in una grande consapevolezza del prodotto. Per esempio l’impiego di questa particolare seta bio, senza l’utilizzo di elastan, permette di ottenere un tessuto di alta qualità riciclabile al 100%, con un cost per wear che ne incrementa ancora di più la sostenibilità. In questo senso assume un valore importantissimo il nostro design. Oltre ad avere un’estetica pensata per durare nel tempo, l’impiego di un tessuto non elasticizzato comporta che il taglio e la realizzazione del capo debba essere fatta ad altissimo livello in modo da garantire una perfetta vestibilità. Dietro tutto ciò c’è una maestria che ci tengo molto a raccontare, dato che i nostri artigiani sono davvero preziosissimi. Credo proprio che l’unione tra funzionalità ed estetica costituisca il valore aggiunto dei nostri capi.

HERTH unisce una produzione artigianale di altissima qualità alle più avanzate tecnologie, come appunto l’utilizzo del blockchain per garantire una filiera totalmente trasparente. Come sei riuscita a unire le due cose e come tutto ciò si lega al suo approccio slow fashion?

Credo che l’altissimo livello di artigianalità dei prodotti Made in Italy possa essere valorizzato e potenziato dalla tecnologia. Il nostro approccio slow fashion, come accennavo prima, sta proprio nell’offrire capi che non passino mai di moda e che sono destinati a durare nel tempo; dei capi che rispettino l’ambiente e le persone in tutte le fasi di realizzazione e produzione. Tutto ciò però deve essere comunicato e raccontato in maniera approfondita e senza dubbio la tecnologia in questo ci viene in aiuto e può facilitare il processo di informazione e di resa del consumatore “parte” della nostra storia. Credo proprio che i due approcci siano imprescindibili e che si diano valore a vicenda.

Oggi le donne hanno raggiunto moltissimi traguardi nell’imprenditoria e continuano a farlo, nonostante le condizioni in questo periodo non siano sempre favorevoli anche in paesi moderni come il nostro. Come imprenditrice donna, come è stata e come sta continuando la tua esperienza?

Fare impresa in Italia non è semplice; richiede molta determinazione, molta passione e molto sacrificio, soprattutto oggi con tutto ciò che sta accadendo nel mondo. Ancora oggi a volte capita di incontrare difficoltà di vario tipo, questo è innegabile, però ho la fortuna di poter dire che quello che faccio mi piace molto e questo mi dà una grande forza. Credo che la difficoltà maggiore sia proprio partire, vincere la paura di fare il primo passo che sembra sempre qualcosa di immenso e, come si suol dire, “gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Una volta che tutto è partito, poi tutto viene più naturale ed inizia ad assumere un senso. Bisogna essere coraggiose, qualcuno direbbe anche un po’ incoscienti, ma io sono felice di averlo fatto.

Con il tuo approccio consapevole alla produzione, ti dimostri molto sensibile alla situazione ambientale e di emergenza climatica in cui ci troviamo. Ci puoi raccontare del tuo coinvolgimento con “One percent for the planet” e di come il brand si impegni a restituire qualcosa all’ambiente? E come i brand come il tuo possono aiutare il consumatore a essere più conscio ed evitare di cadere vittima di fenomeni come il greenwashing?

“One percent for the planet” è un’organizzazione mondiale a cui abbiamo aderito sin dall’inizio della nostra avventura con HERTH, a cui doniamo l’1% delle nostre vendite annuali in supporto di progetti volti alla salvaguardia del pianeta. Credo che la situazione di emergenza ambientale e climatica in cui ci troviamo sia un problema che riguarda ognuno di noi, senza esclusioni, e credo soprattutto che chi fa impresa non possa sentirsi esonerato dal farsi carico del problema. Per quanto riguarda quello che possono fare i brand per dare un esempio virtuoso, il primo passo fondamentale è rendere il consumatore del tuo prodotto il tuo compagno di viaggio, affinché lo si renda giorno dopo giorno sempre più consapevole e informato. Credo che questa sia la cosa più bella, avere un consumatore al tuo fianco a cui tu possa raccontare e con cui condividere i valori e la storia del brand. Penso che questa sia la chiave, fare una comunicazione autentica e onesta che non sia soltanto marketing. C’è comunque un’attenzione da parte del pubblico diversa rispetto a pochi anni fa e ciò non solo ci conferma che stiamo andando nella direzione giusta, ma anche ci fa ben sperare per il futuro.

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