Blazy non cerca di eliminare le contraddizioni. Al contrario, sembra volerle rendere visibili, quasi celebrarle. I codici del guardaroba maschile vengono smontati e ricomposti, mentre gli abiti da sera ispirati agli anni Trenta, attraversati da paillettes e ricami di perle, acquistano una leggerezza quasi quotidiana.
Un tailleur può smettere di rappresentare un’uniforme e diventare un gesto personale. Un abito prezioso può essere indossato con la naturalezza.
Ed è forse qui che la collezione trova la sua dimensione più contemporanea: nella libertà di essere, senza dover necessariamente corrispondere a un’idea precisa di sé.
Di non essere sempre perfette, coerenti, riconoscibili. Di poter essere istintive, imprevedibili, persino contraddittorie.
C’è poi un elemento che attraversa silenziosamente l’intera narrazione: il tempo.
I tessuti trasparenti si sovrappongono come ricordi, le silhouette sembrano dissolversi e ricomporsi, i veli di seta evocano nuvole in movimento. Ogni strato racconta qualcosa, ogni trasformazione lascia una traccia.
Eppure, nulla scompare davvero.
Anche il passato più lontano continua a esistere nei dettagli. In una cucitura, in una linea, in un gesto. Persino negli accessori, dove la borsa 2.55 appartenuta personalmente a Gabrielle Chanel, proveniente dagli archivi della Maison, accompagna la chiusura della sfilata. Un dialogo tra epoche che non cerca di stabilire quale sia la più importante, ma dimostra come possano continuare a convivere.
Il simbolo più poetico della collezione è l’uccello. Una rondine, una presenza che ritorna nei bottoni, nei gioielli, nei ricami, fino a una piccola gabbia trasformata in minaudière. Ma la gabbia è vuota. Gli uccelli sono già volati via.
Un’immagine semplice, quasi disarmante nella sua immediatezza, che racchiude il senso dell’intero racconto. La libertà non è soltanto una destinazione, ma la possibilità di scegliere continuamente la propria direzione.
Ed è significativo che il percorso si chiuda tornando idealmente al suo inizio. Dalla lingerie in jersey, pensata come una seconda pelle, si arriva a un tweed smocké elastico e leggero, capace di seguire il corpo anziché costringerlo. Il simbolo per eccellenza della Maison, il tailleur, si trasforma ancora una volta, senza perdere la propria identità.
Forse è proprio questo l’aspetto più affascinante del lavoro di Matthieu Blazy: la capacità di raccontare Gabrielle e la Maison senza cristallizzarle nel passato. Di restituire loro complessità, contraddizioni e movimento, facendoci innamorare ogni volta di una sfaccettatura diversa della stessa storia. Perché prima di essere un nome, un simbolo, un’icona, Gabrielle Chanel è stata una donna. Una donna che ha attraversato epoche, cambiamenti e versioni differenti di sé. E in questo, forse, non è poi così distante da ognuna di noi.
Anche noi siamo fatte di mille sfaccettature, di vite che si intrecciano, di scelte che ci definiscono e di altre che, a volte, ci portano lontano da ciò che credevamo di essere.
La Spring Summer 2027 di CHANEL racconta proprio questo: il privilegio di non dover rimanere uguali a sé stesse.
Di poter cambiare idea. Di ricominciare. Di riconoscersi in qualcosa che, fino a ieri, sembrava non appartenerci.
Di sbagliare, di reinventarsi, di essere tante donne diverse senza smettere mai di essere noi stesse.
Perché, alla fine, non siamo soltanto ciò che siamo oggi. Siamo tutto quello che abbiamo avuto il coraggio di diventare.
Images courtesy of CHANEL. © CHANEL. All rights reserved.













































