Claudio Betti: «Alla ricerca della manovra perfetta nel mare della moda»

Nella foto l'imprenditore Claudio Betti

Portofino, Sanremo, Alassio e Santa Margherita. Il mare, fil rouge di una vita da imprenditore, gli fa da scenografia mentre è al timone della sua barca a vela e della catena di luxury fashion multibrand Spinnaker. Con quella passione di viaggiare nell’oceano della moda che lo ha portato, in qualità di special guest, anche in Asia per parlare dei nuovi trend e delle frontiere della distribuzione. Il manager e skipper ligure Claudio Betti, di origine alassina, ha le idee chiare sul futuro del sistema, oggi sempre più “phygital”, e racconta dal suo punto di vista l’esperienza di chi, da circa trent’anni, gestisce l’azienda di famiglia dopo che sua madre decise di aprire la prima boutique nel 1972. Showroom virtuali, vintage e passerelle si affacciano inevitabilmente sul mondo digitale, incastrandosi con la realtà. Il segreto per non affondare? Un minuzioso lavoro di squadra, ricercando la manovra perfetta e guidando “l’equipaggio” con la sua idea di bellezza assolutamente soggettiva.

La moda, di cui è un appassionato, è da sempre un viaggio a bordo della bellezza. Cos’è per lei “il bello”?

«Il concetto di bellezza è molto soggettivo. È ciò che cattura e coinvolge i sensi di chi guarda, tocca e ascolta. Un’idea personale, ciascuno ha la sua. Nel mio caso riguarda tutto quello che riesce a comunicare emozioni sensoriali, che dà benessere alla vista, coerenza e appagamento. Il bello crea una soddisfazione totale».

È al timone di una catena di boutique, che hanno come meraviglioso sfondo il mare. Qui avviene il poetico incontro tra il suo lavoro e l’hobby della vela. Ci racconta la nascita di questo amore?

«Sono nato in un luogo di mare e che fa del mare la sua fortuna. Dall’età di 8 anni vado in barca, partecipando a selezioni olimpiche e campionati nazionali. C’è una parte sportiva in me e considero un privilegio poterla veicolare nel mio lavoro. La prima boutique è stata aperta da mia madre nel 1972, quindi quasi mezzo secolo fa. Quando oltre trent’anni fa l’ho affiancata nella guida, lo store recava già l’insegna “Spinnaker”. È il nome della vela che si issa nelle andature con il “vento in poppa”: è stato il destino e comunque di buon auspicio per l’avvio di una vera e propria catena multimarca. Nella professione che svolgo c’è una forte unione con la mia passione».

Cosa pensa delle passerelle “phygital”, incrocio tra reale e virtuale?Manca l’atmosfera del sogno o il digitale riesce a regalare ancora emozioni? 

«Quest’anno è stato un po’ un passaggio obbligato, in genere siamo abituati a muoverci tanto durante le fashion week tra Milano, Parigi, Londra e New York. Le prime due possono essere considerate le più significative sul piano delle proposte. Sono stato invitato a Seoul, Shanghai e Tokyo, prendendo parte a sfilate e meeting dove si sono tenute tavole rotonde sull’evoluzione del sistema, delle tendenze e della distribuzione. L’atmosfera del sogno manca parecchio a noi pochi privilegiati che avevamo la possibilità di vivere quell’atmosfera: pennellate d’arte dello stilista che, in mezz’ora, nel corso dello show esprime la sua visione della bellezza e ne dipinge un momento, osservato da una prospettiva personale».

Le piattaforme di e-commerce sono una possibile soluzione per i buyer? 

«La moda è creatività e non deve privarsi di esplorare strade differenti. Uno stimolo verso forme innovative di comunicazione tramite lo sviluppo della tecnologia è necessario. Lo stesso accade con gli showroom digitali. Prima si viaggiava tantissimo, di colpo ci siamo ritrovati seduti sul divano. Senza considerare il risparmio in termini di costi, in un’ottica di sostenibilità muoversi per inviare ordini, che si possono fare tranquillamente a tavolino, diventa oneroso e dispendioso, pure in termini di tempo».

Vintage e second hand, sul piano economico, sembrano avere avuto la meglio sui nuovi prodotti. Secondo lei perché?Solo una questione di costi?

«No, è una questione anche modaiola. Tutti i brand hanno intrapreso vie sostenibili. Che poi, attualmente, si trovi una concreta risposta nel comparto è da valutare. Sarà il consumatore, mediante le sue scelte e grazie ad un’educazione di base all’acquisto, a premiare quel marchio che persegue la sua mission a livello produttivo. Il second hand, che rientra nel recycling, e il pre-loved appartengono a quella sfera di oggetti e accessori che vivono una seconda vita. Sono stati già amati in passato da qualcuno, ma possono continuare ad esserlo. Si tratta di applicare specifici programmi di market place. Un orologio, così come una borsa, è meno intimo di un capo di abbigliamento e si presta meglio, in questa prima fase di sperimentazione, ad un processo destinato a diventare virtuoso».

Come immagina il futuro del fashion system?

«Già da qualche anno abbiamo avviato un percorso di multicanalità: retail fisico e online insieme in cui il collegamento diretto con il cliente rimane fondamentale. Attraverso i negozi “phygital” riceverà un’assistenza diversa e la sua esperienza sarà immersiva, integrata e polisensoriale. Pensando al futuro, chi sarà in grado di cogliere maggiormente le svariate opportunità che si presenteranno, in un’ottica “mix and match”, consentirà alla propria attività di avere successo».

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