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Classe 1989, Aurora Ruffino è una delle attrici più promettenti del panorama italiano. Con all’attivo diversi ruoli da protagonista in film e serie tv di punta – “Braccialetti Rossi”, “Questo nostro amore” e “Noi”, solo per menzionarne alcuni – Aurora Ruffino ha recentemente vinto al Festival di Venezia 2022 il premio Kinéo come Miglior attrice Serie Tv/Piattaforma per “Noi”, fiction di Rai 1 remake della fortunata serie americana “This is Us”.

 

Viola ne “La solitudine dei numeri primi”; Silvia in “Bianca come il latte, rossa come il sangue”; Cris in “Braccialetti rossi” ed infine Rebecca in “Noi”. Tutti ruoli difficili, personalità complesse. Come li hai affrontati? Come hai incanalato le tue emozioni in questi personaggi?

Quando ho girato “La solitudine dei numeri primi” con Saverio Costanzo ero molto giovane e dunque poco consapevole di ciò che stessi facendo. Mi sono ritrovata su un set senza sapere cosa significasse e per questo mi sono affidata ad una bravissima acting coach, Jorgelina Depretis. Appena mi sono trasferita a Roma, studiando al Centro Sperimentale e avendo la fortuna di lavorare su più set (Aurora Ruffino ha recitato in “Braccialetti Rossi”, “Questo nostro amore”, ndr.), ho iniziato a capire cosa significasse fare l’attrice. Ho iniziato a rendermi conto delle emozioni che percepivo internamente, come incanalarle senza rimanere coinvolta dai miei traumi personali. Ho imparato ad avere un distacco emotivo che mi permetteva di vivere scene di dolore senza avere un coinvolgimento personale. Mi ricordo molto bene di una scena, in “Braccialetti Rossi”, nella quale il mio personaggio Cris, una ragazza che soffriva di anoressia, mangiava una crostatina. Dopo aver terminato la scena mi è venuta una crisi importante ed il regista Giacomo Campiotti è venuto da me mi ha detto “É tutto un gioco, devi stare bene”. Da lì ho capito che c’era bisogno che io separassi il lavoro emotivo sul set dalla vita personale. Per fare ciò, il lavoro da compire sul personaggio è molto impegnativo: durante i dodici anni trascorsi dal mio primo ruolo c’è stato un decisivo passaggio dall’inconsapevolezza alla consapevolezza. Ad oggi, ad ogni modo, ho ancora tanto da imparare.

 

Nell’ultimo periodo, il cinema italiano e le platee sono entrati in crisi con gli spettatori. Di chi o cosa è secondo te la responsabilità da attribuire al cambiamento?

Bisogna considerare diversi tanti fattori. Già prima della pandemia, l’arrivo delle piattaforme streaming aveva cominciato a far traballare l’industria cinematografica. Per via del Covid, è come se ci fossimo abituati a stare in casa. Ci siamo sentiti reclusi ma, allo stesso tempo, lo stare in casa ci ha abituati ad un tipo di stasi che ci ha trasmesso tranquillità, conforto. Anche il riprendere ad uscire è stato difficile. Ora è più comodo guardare film e serie direttamente da casa. Penso che un buon modo per riportare gli spettatori al cinema sarebbe far riscoprire loro la magia che ne deriva. Spronare il pubblico a fare un piccolo passo per tornare a provare quell’emozione, ancora una volta. Riaccendere una fiamma che si è, forse, leggermente affievolita.

 

Un grande regista un giorno disse “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio” – Federico Fellini. Qual è la tua personale visione ed interpretazione del cinema?

Condivido pienamente la citazione di Fellini. Quando si gira un film si diventa creatori di una storia che rispecchia la vita reale secondo il proprio punto di vista: è un po’ come essere Dio. Personalmente, ciò che ho sempre amato del cinema è la condivisione. Diventare testimoni, insieme ad altri, di un piccolo miracolo, frutto del lavoro di un gruppo di creatori.  Il cinema ha il potere, quando calano le luci, di prelevarci dalla realtà in cui ci troviamo. È come se ad un tratto tutto si fermasse, come se non esistesse più la realtà in cui viviamo, perché veniamo proiettati all’interno della storia della pellicola. Recentemente ho visto “Elvis” (di Luhrmann, ndr.) al cinema ed ero talmente presa che ho applaudito durante una delle scene dei concerti: è stato un impulso che non sono riuscita a controllare. Questa è una magia che può essere ricreata solo a cinema o teatro.

 

Il ruolo che sogni di interpretare?

 La bambina che è in me vorrebbe interpretare una supereroina e picchiare i cattivi (ride, ndr.).

 

Quest’anno sei a Venezia per il Premio Kinéo, avendo vinto la categoria Miglior Attrice Serie Tv/Piattaforma per il ruolo di Rebecca nella fiction di Rai 1 “Noi”; nel 2016 portavi invece il primo short-film interattivo italiano, diretta dal regista Gabriele Mainetti. Due esperienze differenti e sperimentali, nelle quali ti sei cimentata con successo. Come le hai vissute?

Ogni volta che ho interpretato un ruolo è sempre successo tutto molto in fretta, spesso mi è capitato di essere chiamata all’ultimo. Con “Noi”, che è il remake della serie “This is us”, sentivo un fortissimo senso di responsabilità. Guardavo Mandy Moore (Rebecca in “This is us”, ndr.) e pensavo “Che fortuna quest’attrice”. Quando mi è arrivato il provino non ci potevo credere. Ho messo da parte la serie americana, mi sono dedicata alle sceneggiature ed ho trovato la mia Rebecca. Anche nel caso del cortometraggio, dove interpretavo una sirena, (“Ningyo”, ndr.) si trattava di un progetto innovativo. Da bambina ero una grande fan dei libri interattivi, nei quali il lettore poteva scegliere come far continuare la storia, preferendo un’opzione all’altra. Il cortometraggio era impostato nello stesso modo, permettendo agli spettatori di scegliere come continuare: mi ha fatto riprovare la sensazione di quando, da bambina, leggevo quei libri.

 

Pensando al futuro, cambiamenti e nuovi progetti?

In questo periodo sento il fortissimo desiderio di fare qualcosa di diverso, qualcosa di stravolgente. Sto cercando di capire e approfondire questo bisogno e sono sicura che prima o poi avrò l’occasione di poterne avviare la trasformazione. Per il momento, non so come si concretizzerà, ma so che in qualche modo succederà.

 

Credits:

Photo by Gianluigi Di Napoli

Total Look Missoni, gioielli Pandora

Anna Quirino

Anna Quirino

Nata a Bari, vive a Milano. Giornalista e copywriter laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, con un master in Fashion Management. Creativa, determinata e anticonformista. Collabora con svariate testate fashion & lifestyle e lavora come Copywriter per aziende fashion & beauty.