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Ci sono eventi che finiscono. E poi c’è la Coppa Pizzeria.

Sono alla mia quinta edizione, abbastanza per sapere cosa mi aspetta, ma non abbastanza per esserne immune. Ogni anno mi ripeto che sarà diverso, che stavolta tornerò a casa con più distacco, più lucidità, meno coinvolgimento. E ogni anno fallisco. Più intensità, più coinvolgimento, più difficoltà a tornare alla vita reale senza guardare il calendario con un certo disprezzo.

Perché la Coppa Pizzeria non è un evento. È una condizione psicologica.

Dove e quando si gioca la Coppa Pizzeria

L’edizione 2026 si è svolta a Napoli, trasformata per l’occasione in un microcosmo parallelo fatto di energia, caos controllato e carboidrati emotivi.

Per un solo giorno, ai piedi del Vesuvio, è esistito un labirinto di 7000 metri quadrati. Parliamo del settimo labirinto più grande al mondo, costruito con 353 cargo container, montato e smontato in 24 ore in un deposito accanto al porto della città. Un’architettura temporanea pensata non per contenere il gioco, ma per sabotarlo. Dentro: 400 persone, 135 giocatori, 6 arbitri vestiti da pugili e circa 1000 litri di birra. Al centro: una struttura che definire “campo da gioco” è riduttivo.

Ti perdi. Rallenti. Sbagli strada. Arrivi tardi. Non capisci se stai andando verso il campo o verso un vicolo cieco. E nel frattempo la partita — da qualche parte — continua.

I numeri, sulla carta, sono quelli di un evento ben organizzato. Ma la verità è che nessuno vive la Coppa Pizzeria attraverso i numeri. I numeri servono solo a convincere chi non c’era che sia successo davvero.

E infatti funziona.

Le origini della competizione (che è molto di più)

La Coppa Pizzeria nasce 15 anni fa da un’idea di Daniele Sigalot, che voleva “giocare una partita tra amici”. Il problema è che il concetto, come ammette lui stesso, “è un po’ degenerato”. Sulla carta è una gara. Nella pratica è molto di più. Le squadre si sfidano, certo. C’è tensione, strategia, momenti di gloria e piccoli drammi culinari. Ma la competizione è solo il pretesto: il vero gioco è quello che succede intorno.

Connessioni, rituali, inside joke che si costruiscono in tempo reale. E soprattutto: totale libertà interpretativa.

È uno di quei rari contesti in cui il collettivo non annulla l’individuo — lo amplifica. E tu, nel mezzo, smetti progressivamente di comportarti come nella vita normale.

Le regole esistono, ma sono più un suggerimento. Gli arbitri possono influenzare il gioco, segnare, cambiare dinamiche.

Il pubblico non guarda: partecipa, urla, interferisce.

Il calcio, ma senza il calcio.

Come si organizza il caos (seriamente)

Dietro questa follia collettiva c’è una struttura molto precisa.

La direzione artistica è firmata da Antonello Colaps insieme a Dopolavoro Studio, che hanno trasformato il labirinto in qualcosa di più di una scenografia: una vera e propria “macchina narrativa”.

Non sei spettatore, non sei atleta, non sei pubblico.
Sei dentro un sistema che ti spinge a perderti — fisicamente e mentalmente. Otto ore di realtà alternativa. Il tempo, dentro, perde completamente significato.

Succedono cose che fuori sembrerebbero assurde e che dentro diventano perfettamente logiche: una squadra come i Cojos Klan che vince portando il wrestling nel calcio; un team, Team Bambino, premiato per aver reinterpretato Bad Bunny al Super Bowl; un halftime show con un sosia di Vasco Rossi che fa urlare 400 persone “Sì, stupendo” come fosse un rito collettivo.

E tu sei lì in mezzo, perfettamente convinto che tutto questo abbia senso.

Going Nowhere e gli effetti collaterali documentati

Lo slogan di quest’anno è stato Going Nowhere. Non andare da nessuna parte (ma andarci comunque).

E in effetti la Coppa Pizzeria ha fatto esattamente questo: dopo l’edizione 2025 a Napoli, ha deciso di restare. Nessuna espansione, nessuna crescita “tradizionale”. Solo l’ostinazione di ripetere qualcosa di inutile, monumentale e collettivo.

Tuttavia momento critico non è durante l’evento. È quando finisce. Dopo cinque mie edizioni posso dirlo con un minimo di rigore scientifico: la Coppa Pizzeria ha effetti collaterali.

  •  perdita temporanea del senso del tempo
  •  aumento anomalo del coinvolgimento emotivo
  •  tendenza a parlare con sconosciuti come se li conoscessi da anni
  •  difficoltà a reinserirsi nella società civile il giorno successivo

Tutti sintomi reversibili. Più o meno.

Sei ancora lì mentalmente, ma fisicamente sei già fuori. Il labirinto viene smontato. Sei ore dopo non esiste più niente. Il deposito torna a essere un deposito.

E tu torni alla tua vita.

Torni a casa, riapri il computer, riprendi la routine — e qualcosa non torna. Non perché la tua vita sia cambiata, ma perché per qualche ora hai avuto accesso a una versione più intensa della realtà.

Ed è lì che arriva.
Non tristezza.
Non nostalgia classica.

Saudade.

Quella sensazione precisa per cui non ti manca qualcosa che hai perso — ti manca qualcosa che esiste ancora, ma non è più lì, in quel momento, per te.

Perché continuo a tornarci

La risposta ufficiale potrebbe essere: per la qualità dell’evento, la passione, la community.

La risposta vera è molto più semplice: perché una volta che entri in questo meccanismo, uscirne non è più un’opzione. La Coppa Pizzeria è uno di quei rari spazi in cui tutto è leggermente più vivo. È inutile, caotica, esagerata. Ed è proprio per questo che funziona.

Perché, da qualche parte tra un container e un calcio tirato male, hai trovato una versione delle cose che — anche se solo per 8 ore — sembra più vera del resto.

 

Arrivederci alla prossima edizione

Adesso, a 48 ore di distanza, resta quella sensazione sospesa: stanchezza, euforia residua e la certezza che l’anno prossimo sarò di nuovo lì.

E ogni anno commetto lo stesso errore: penso di sapere cosa mi aspetta. Spoiler: non è mai vero.

All photos courtesy of CP26.